Botta in testa? Un videogioco al giorno leva il medico di torno

Premessa doverosa: se siete su questo sito, sapete che ci occupiamo di psicologia e di videogiochi. Ma se provassimo a spingerci un po’ più là? Potremmo scoprire, ad esempio, che alcuni videogiochi sono guaritori provetti, in grado di attenuare gli effetti di patologie debilitanti e particolarmente complicate. Non ci credete? Vedere (in questo caso, leggere) per credere!

Avete mai sentito parlare di “trauma cranico”? E’ molto probabile, dato che sono così diffusi da rappresentare la principale causa di disabilità nell’età giovanile e che ogni anno, negli Stati Uniti, ci sono circa due milioni di persone colpite da trauma cranico. Come si suol dire, “conosci il tuo nemico”, per cui possiamo chiederci: cosa comporta un trauma cranico? Dipende, come sempre, dalla forza del trauma fisico, in modo non diverso da una partita ad Acchiappa La Talpa, anche se spesso la parola “trauma” può trarci in inganno, dato che questa patologia può presentarsi anche in seguito ad una forte accelerazione o decelerazione. Se non siete già abbastanza demoralizzati da tutto quello che avete letto finora, aggiungiamo che i traumi cranici sono particolarmente complessi, in quanto possono colpire aree molto vaste e non facilmente localizzabili, comportando ad esempio deficit attentivi e di memoria, oltre a difficoltà di ragionamento che possono compromettere le capacità di auto-regolazione e di coscienza di se stessi. Insomma, una “semplice” botta in testa potrebbe avere effetti particolarmente devastanti, quindi cercate di resistere alla tentazione di sbattere la testa contro il muro la prossima volta che un vostro amico vi batte 7-0 ad una partita di FIFA.

Se vi state chiedendo come mai abbiamo deciso di parlarvi di un trauma_cranico_1argomento tanto allegro, sappiate che il Professor Layton è deliziato dalla vostra sete di curiosità. Abbiamo detto che, riassumendo, “trauma cranico = male”, ma a qualcuno è venuta in mente un’idea: e se usassimo i videogiochi per aiutare i pazienti affetti da trauma cranico? Questo pensiero particolarmente brillante è venuto in mente a Roberto Llorens e alla sua équipe, che hanno deciso di analizzare i possibili effetti positivi dell’uso di un videogioco creato ad hoc (mi dispiace, so che speravate di poter curare un trauma cranico giocando a Crash Bandicoot) su gruppi di pazienti traumatizzati. Ogni gruppo era composto da otto persone con deficit cognitivi simili, divise a loro volta in squadre da due, disposte intorno ad un tavolino con un grande touch screen al centro. L’obiettivo del gioco era raggiungere la cima della montagna in una versione 2.0 del gioco dell’oca: per procedere nella scalata, ogni squadra doveva rispondere correttamente a domande che potevano essere di conoscenza (“lesioni all’emisfero destro causano spesso deficit di linguaggio, vero o falso?”), ragionamento (“i tuoi amici parlano in contemporanea e non riesci a seguire la conversazione: cosa fai?”), azione (“a volte, una lesione cerebrale può causare deficit motori ad una parte del corpo. Metti le calze e le scarpe usando solo una mano”) o che richiedevano la collaborazione tra i membri della squadra, come ad esempio dare la soluzione ad un indovinello. Oltre alle normali caselle con le domande, erano presenti anche orsi, valanghe e quant’altro, a rallentare la scalata verso la cima e rendere più interessante il gioco. Giocando ad un “semplice” videogioco, ogni partecipante doveva far ricorso ad una serie di risorse che poteva aver perso in diversa misura in seguito al trauma cranico, fossero risorse di interazione sociale o di auto-regolazione, all’interno di un contesto che era sia competitivo sia di collaborazione con un’altra persona.

Come ogni esperimento che si rispetti, dobbiamo analizzare i risultati ottenuti… no, tranquilli, non sono così pazzo da buttarvi giù una soporifera lista di numeri incomprensibili. Tagliamo corto, saltiamo il video di presentazione e andiamo subito all’azione, che ne dite? In seguito alle sedute di gioco, i pazienti riportavano livelli di coscienza di sé e dei propri deficit maggiori rispetto alle rilevazioni precedenti, oltre a mostrare un maggiore livello di controllo delle proprie abilità.  Anche i parenti riportavano che i pazienti erano migliorati rispetto alla condizione precedente alla seduta di gioco, dando un’ulteriore conferma della validità della terapia. Oltre agli effetti positivi riportati dai soggetti, non va sottovalutato anche l’alto livello di interesse e di partecipazione dimostrato. Capita spesso che persone con una bassa consapevolezza di se stessi e della propria patologia non capiscano la necessità di partecipare a lunghe sedute di terapia, ma se la terapia viene “mascherata” e diventa un gioco, l’interesse aumenta a tal punto che nessuno dei soggetti ha abbandonato l’esperimento.

Semplificando (ma non troppo), pvg_worldcupsim_2_576ossiamo concludere che, in seguito a sessioni di gioco che richiedono l’utilizzo di strategie e di capacità molto diverse tra loro, si ha un miglioramento nella coscienza di sé e della propria malattia, delle capacità sociali e anche del controllo del proprio comportamento. Insomma, è proprio il caso di dirlo: videogiochi 1, trauma cranico 0!

[whohit]Botta in testa? Un videogioco al giorno leva il medico di torno[/whohit]
By |2017-05-08T12:24:44+00:00giugno 22nd, 2015|Gamer's Mind|0 Comments

About the Author:

Nato a Milano (MI) il 16/05/1992 e cresciuto a pane e NES, la sua babysitter preferita si chiamava Mega Man. Tra un platform ed un picchiaduro, è riuscito anche a laurearsi in Scienze e Tecniche Psicologiche e a frequentare la magistrale in Psicologia del Benessere... ma il suo sogno rimane distruggere la macchina nel bonus stage di Street Fighter.