“Presenza”: come la psicologia osserva il rapporto Giocatore-Avatar

 

L’altro giorno stavo giocando a “Destiny, Il Re dei Corrotti”, l’ultima espansione del gioco della Bungie sul quale nelle prossime settimane pubblicheremo alcuni articoli e analisi, ed ho provato una sensazione che quasi sicuramente ha colpito tutti voi nel corso delle vostre esperienze da Gamer.

Mentre mi trovavo sopra un’astronave grande quanto New York, parcheggiata nel mezzo dell’anello di asteroidi di Saturno, dovevo trovare e uccidere un mostro dal nome poco promettente: Alak-Tul, la Lama Oscura. Con me c’erano due sconosciuti, gentilmente teletrasportati insieme a me dal server di Destiny, che avevano il mio stesso obbiettivo. Grazie al lavoro di squadra e ad una buona dose di tenacia giungiamo in questa sala con una porta che da sul vuoto: ci lanciamo dentro ed atterriamo in una stanza, che si scoprirà essere enorme, che è completamente al buio, eccezion fatta per un cerchio di luce posizionato al suo centro e sul quale noi siamo atterrati. Lo schermo diventa completamente nero. Nella parte inferiore del monitor appare una scritta rossa “Riconnessione ai Server di Destiny”. Due secondi dopo torna tutto normale, sono ancora nella stanza buia, sono nel cerchio di luce e va tutto bene. Chi sa cosa sta per accadere! Sono quasi emozionato (scherzo, lo sono eccome), mi guardo intorno per sparare qualche colpo ai miei compagni e gasarli un po’. “Daje raga che je spacch…”.

Non c’è nessuno.

I miei alleati sono scomparsi nel nulla, “crashati” (gergo, indica quando cade la connessione ed il giocatore viene espulso dall’attività).

Un urlo stridente. Il mio radar si decora con un cerchio rosso acceso.

M***a.

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Ricordate la sensazione a cui alludevo prima, ebbene si tratta di preoccupazione. Ero preoccupato per il mio avatar che stava per passare un tremendo quarto d’ora in compagnia di un centinaio e passa di nemici e del nostro amico ritratto qua sopra che si è rifiutato di sorridere al momento dello scatto.

Devo essere sincero: mentre percepivo quella sensazione mi sono sentito poco maturo. 23 anni e ti preoccupi per un mucchio di dati e numeri che risponde ai tuoi comandi in un mondo di dati e numeri. Non c’è dolore, non c’è vita, non c’è morte. Eppure la mia sensazione è reale, quasi fosse lui stesso a percepirla.

Utilizzeremo la psicologia per fare chiarezza e lo faremo attraverso un unico concetto e la sua definizione (una rassegna esaustiva del concetto di presenza richiederebbe almeno un capitolo di un testo accademico).

Con il termine “Presenza” le discipline psicologiche intendono: la sensazione di “essere” in un, ambiente reale o virtuale, risultato delle capacità di mettere in atto intuitivamente nell’ambiente le proprie intenzioni (Riva, 2007).

Analizziamo con attenzione questa definizione.

La sensazione di “essere” viene determinata da quella che viene definita presenza soggettiva che, diversamente da quella fisica, può indurre il soggetto a percepirsi dove è posizionato un oggetto che controlla da distante (es. drone o avatar).

La prossima frase coinvolge due aspetti fondamentali affinchè si verifichi la “presenza”: capacità e intenzione. La prima ha un carattere biunivoco che lega il giocatore al videogioco. Se un giocatore deve diventare bravo per superare certi livelli il videogioco deve essere sufficientemente responsivo sia dal punto di vista del controllo (configurazione tasti/possibilità di azione) che dal punto di vista della giocabilità. Per quanto riguarda le intenzioni possiamo esemplificare riducendo il mio giocare all’intenzione di divertirsi (il gioco mi supporta dandomi missioni accattivanti e impegnative= nuove intenzioni).

La parola “intuitivamente”, usata nella definizione, serve a identificare il livello massimo di presenza: se svolgo le azioni senza pensarci sarò più “presente” perchè più concentrato su di me e sull’ambiente che sulle singole azioni.

A questo punto vorrei ringraziare la natura per averci dato questa immensa capacità.

Possiamo essere qualcos’altro, in qualsiasi momento. Possiamo decidere di vivere delle esperienze attraverso dei “medium” in posti incredibili. “Ma non le vivi tu!” mi viene rimproverato. E come no? Ero io che muovevo, ero io che sentivo, sparavo, correvo e vedevo in quei mondi fantastici. E farlo mi ha dato un emozione, anzi, più di una.

Mi sono vergognato di sentirmi infantile. Essere qualcos’altro può voler dire essere sè stessi in maniera diversa: puoi essere studente, giocatore o musicista oppure tutte e tre le cose. Ma puoi essere stato anche Super Mario, Crash, Pac-man e quelle esperienze adesso fanno parte di te, sono dentro te come tu sei dentro l’avatar. Trovo incredibile quanto basti poco per sentire delle emozioni.

Concludo questo articolo dicendo che le pieghe del proprio io si scoprono lasciando che la propria coscienza si esplori, si mostri, provi e scopra. E’ come quando si fa l’amore.

E’ come quando si gioca ai videogame.

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[whohit]“PRESENZA”: la psicologia osserva il rapporto giocatore-medium (avatar)[/whohit]
By |2017-05-08T12:24:43+00:00settembre 26th, 2015|Gamer's Mind|0 Comments

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