Horizon va alle Olimpiadi!

Quest’oggi noi di Psicologia dei Videogiochi abbiamo partecipato alle prime Olimpiadi Nazionali del Videogioco nella Didattica, e già qui siamo sicuri che molti di voi staranno storcendo il naso. Ci hanno sempre insegnato che scuola e videogiochi sono acerrimi nemici, più o meno come Mario e Bowser, eppure vi possiamo assicurare che l’accostamento non solo è riuscito, ma è anche efficace! Curiosi di saperne di più? Non vi resta che continuare a leggere.

DESTINAZIONE: BERGAMO 2017

Queste Olimpiadi nazionali, organizzate da Impara Digitale, rappresentano un primo banco di prova effettivo tanto per i docenti quanto per i loro studenti, che mettono alla prova diverse delle competenze acquisite. Come riportano gli organizzatori, “il videogioco, oltre a rappresentare in modo molto efficace il mondo dell’immateriale in cui i ragazzi sono immersi, può essere valorizzato come strumento di comunicazione della propria creatività e della propria visione del mondo”. E’ da questo punto di partenza che nasce l’iniziativa, che pone ai partecipanti una sfida ben definita: realizzare, in gruppi composti da massimo quattro persone, un progetto videoludico indirizzato a persone di tutte le età (PEGI 7). L’evento ha raccolto numerose adesioni, con iscrizioni che partivano da istituti della scuola primaria arrivando fino ai ragazzi della scuola secondaria di primo e di secondo grado: un gruppo eterogeneo di studenti accomunati da un obiettivo comune e dalla propria passione per i videogiochi.
L’atto di creare un medium videoludico è solo l’apice di un percorso che idealmente parte già nelle aule, luoghi privilegiati in cui insegnare ad essere attivi (mentalmente ma non solo) nell’utilizzo dei videogiochi, favorendo quindi un apprendimento di tipo esperienziale, in cui ad ogni azione segue un ragionamento ed una discussione sulle mosse fatte, rispetto ad un apprendimento videoludico passivo, in cui l’utilizzo di videogame non è accompagnato da alcun confronto.

PRONTI, PARTENZA… START!

Come ormai avrete capito, i veri protagonisti della giornata sono stati gli studenti, impegnati nel loro compito di creazione. Per la maggior parte di loro questa era un’esperienza nuova e soprattutto unica per mettersi letteralmente in gioco ed entrare in un mondo che frequentano quotidianamente, vedendone anche i retroscena. Ciò che accomunava ogni gruppo era la volontà di mettere in comune le proprie competenze, cercando di farle fruttare al meglio: accanto a chi sapeva programmare c’era chi invece, armato di tavoletta grafica, dava forma alla storia ideata da chi, pur non definendosi un giocatore abituale, capisce l’importanza di una buona narrazione e cerca di darle una sfumatura quanto più possibile umana.
Un altro elemento che abbiamo riscontrato è stata la grandissima voglia di fare, di mettere le mani in pasta di bit ed iniziare a creare, senza che fosse necessaria una chissà quale preparazione precedente; questa grandissima spinta all’azione diventava sempre più evidente con il passare delle ore ed era quasi normale vedere gruppi di studenti pranzare accanto alle proprie postazioni di lavoro. Non bisogna poi dimenticare come la partecipazione a questo evento fosse per molti motivo di soddisfazione personale e non potremmo esprimerlo meglio che con le parole di una delle partecipanti: “essere scelti tra un’intera scuola per partecipare ad un evento nazionale è sicuramente un orgoglio”.

FORMARE AI VIDEOGIOCHI PER VIDEOGIOCARE FORMANDO

Perché quello delle Olimpiadi non rimanga un evento a sé stante, è stato realizzato un corso di formazione che prevedeva l’intervento di figure di spicco nel mondo del videogioco, tra cui anche Matteo Palumbo, CEO di Motorsport Gaming, che ha spiegato i vari passaggi e le figure chiave nella creazione di un videogame. I docenti hanno così avuto modo di comprendere meglio non solo gli aspetti didattici del medium videoludico, ma quanto esso sia importante nella cultura attuale, che l’ha assimilato come protagonista attivo al pari di altri media tanto da avere un museo ad esso dedicato, il VIGAMUS di Roma, presieduto da Marco Accordi Rickards. “Ma nei musei non ci stavano i quadri?”: lo sappiamo, e avreste ragione se non fosse che grazie all’intervento di Neoludica Game Art Gallery abbiamo la conferma di come i videogame siano il medium artistico del XXI secolo. Il videogioco si pone come un mezzo democratico, che permette a tutti non solo di fruire della bellezza grafica di frame, bozzetti e ambientazioni, ma che in casi particolari porta l’esperienza artistica ad un nuovo livello di immersione: tramite i videogiochi possiamo “entrare direttamente nell’arte, grazie al movimento e all’interazione”.
Il corso si è concluso con l’intervento di due professori dell’Università Cattolica di Milano, Manuela
Cantoia e Massimiliano Andreoletti, i quali hanno analizzato il rapporto che intercorre tra videogame ed apprendimento. Un primo passo fondamentale è abbandonare l’idea per cui i videogiochi piacciono perché facili: come sostiene Seymour Papert (1994), i videogiochi contengono sfide ardue, impegnative e complesse, il cui superamento comporta una gratificazione personale. Successivamente, si possono iniziare a concepire i videogiochi non come strumenti, ma come ambienti all’interno del quale prevedere situazioni di apprendimento, grazie al ragionamento e ad un costante dialogo sulle azioni messe in atto dal giocatore, in modo che venga valorizzato non tanto il cosa si è fatto, ma il perché si è deciso di farlo. Un esempio lampante di game-based learning può essere Assassin’s Creed II, dove possiamo vivere l’Italia rinascimentale ed è il gioco stesso a richiedere che si apprendano informazioni sui personaggi storici realmnte esistiti che si incontrano durante il gioco, come Niccolò Machiavelli o Leonardo Da Vinci. L’ultimo passo che un docente dovrebbe compiere è un passo all’indietro, riconoscendo ai propri studenti il ruolo di esperti dell’ambito videoludico e coinvolgendoli tanto nella scelta quanto nell’utilizzo dei media.
Per una volta, gli insegnanti dovranno permettere agli studenti di essere il Player One, accontentandosi di giocare nei panni del Player Two.

By | 2017-05-08T12:24:26+00:00 gennaio 14th, 2017|Eventi|0 Comments

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Nato a Milano (MI) il 16/05/1992 e cresciuto a pane e NES, la sua babysitter preferita si chiamava Mega Man. Tra un platform ed un picchiaduro, è riuscito anche a laurearsi in Scienze e Tecniche Psicologiche e a frequentare la magistrale in Psicologia del Benessere... ma il suo sogno rimane distruggere la macchina nel bonus stage di Street Fighter.