Sfogare la rabbia con i videogiochi: funziona davvero?

La vita di tutti i giorni è bella, ma stressante: non sempre otteniamo quel che vogliamo, a volte dobbiamo fare i conti con la mancanza di gentilezza altrui, e capita anche di non riuscire a svolgere i propri doveri con il sorriso. Semplicemente, per stare bene con noi stessi è importante riuscire a sfogarsi in qualche modo. A questo proposito, c’è chi sviluppa una passione per la lettura, chi si cimenta in uno sport, e chi gioca ad una console. Videogiocare è un’attività gratificante che assorbe piacevolmente l’attenzione senza che ci si accorga del tempo che scorre. Questi sono solo alcuni dei motivi che spingono le persone a svagarsi con un videogame per scaricare la tensione accumulata in una giornata e concedersi una tregua. Tuttavia, è lecito chiedersi se gli effetti siano sempre così positivi. Più precisamente, ci si domanda se esistono delle situazioni in cui sfogarsi usando i videogame sia dannoso. La risposta è: sì, esistono dei casi in cui giocare non ci aiuta affatto, come ricorrere ad un videogame dal contenuto violento per esprimere la rabbia che serbiamo verso qualcuno.

Ricorriamo ad un esempio: un adolescente è arrabbiato con un coetaneo che l’ha offeso, causandogli una sofferenza. Si tratta di una condizione che genera aggressività, la quale si associa generalmente a idee ostili. Sono questi i presupposti di una reazione d’attacco, conseguente a danni arrecatici intenzionalmente – un automatismo a cui ci ha condotto l’evoluzione. Accecato da questi sentimenti e non potendo esprimere la propria rabbia in alcun modo, il giovane decide di consolarsi giocando a Mortal Kombat, un videogame particolarmente violento il cui obiettivo è picchiare un avversario nella maniera più brutale possibile, fino a ucciderlo in modo straziante: il ragazzo, non potendosi vendicare dell’offesa subita nella vita reale, e non trovando altro sfogo per la distruttività serbata, si accontenta di massacrare dei personaggi virtuali “facendo finta” che essi stessi siano la persona con cui ha litigato. Chiedendogli se si tratti della cosa migliore da fare, risponde: “Perché no? In questo modo posso stemperare la mia aggressività repressa senza fare del male a nessuno”. In sintesi, sostiene che ci si possa liberare dai sentimenti aggressivi mettendoli in atto in un mondo virtuale, un processo noto come “catarsi”, esteso, in questo caso, ad una dimensione videoludica: se sono arrabbiato, spacco qualcosa, così dopo starò meglio. Purtroppo, non funziona così.

Agire e fantasticare in modo violento forniscono una gratificazione nell’immediato, ma non riducono l’aggressività repressa; portano, invece, all’effetto contrario: l’aumentano! In un esperimento condotto da Brad Bushman (2002) le persone che prendevano a pugni un sacco da boxe rimuginando su coloro che le avevano fatte arrabbiare assumevano un eloquio più aggressivo verso i responsabili del loro stato d’animo rispetto a quelle che non lo avevano colpito affatto. Inoltre, queste ultime riportavano un’aggressività più bassa anche rispetto a coloro che colpivano il sacco semplicemente per sfogarsi un po’. Agire la propria rabbia aumenta l’aggressività. Detto in altre parole, se mi abituo a prendere a calci il computer quando non funziona e a imprecare contro di esso, mi abituerò a farlo sempre di più, e non solo con il PC. Si tratta della stessa dinamica che vive il ragazzo giocando a Mortal Kombat: immedesimandosi in personaggi che combattono e avendo la possibilità di controllarne le movenze, mette in atto, anche se virtualmente, un set di comportamenti aggressivi che attivano in lui lo stesso meccanismo di chi prende a pugni il sacco, o a calci il computer. Nonostante l’impressione di stare meglio, una volta spenta la console sarà più irritabile e avrà maggiori probabilità di reagire alle frustrazioni in maniera scorbutica, o di rispondere male a qualcuno.

Dunque, cosa dovrebbe fare il giovane? Rassegnarsi a reprimere la rabbia rimuginando sui torti subiti? No, perché sarebbe ancora più nocivo (nonché ingiusto) e alimenterebbe livelli di aggressività altrettanto alti. Personalmente, gli consiglierei di risolvere la questione e di parlare con l’offensore nel tentativo di trovare una mediazione, o, tutt’al più, di perdonarlo o lasciarlo stare. Al di là di questo esempio, ciò che mi importa sottolineare è che ricorrere ad un videogioco violento come espediente per sfogare la propria rabbia non è una buona idea, perché rende più nervosi e predispone ad agire in modi inopportuni: sostiene, infatti, reazioni più aggressive a situazioni frustranti o per noi spiacevoli, o dolorose, che è lo stesso effetto che si ottiene cercando di esprimere l’aggressività repressa con uno sport di contatto. Sfogare la propria rabbia immedesimandosi con i personaggi di Mortal Kombat o facendo più falli del solito giocando a calcio portano allo stesso effetto. Ne consegue che il videogioco violento non deve essere demonizzato come istigatore alla violenza (le fasce d’età PEGI aiutano ad evitare questo) o tacciato come un untore: semplicemente, deve essere preso per quello che è, ovvero un prodotto di svago da utilizzare con il giusto stato d’animo per distrarsi dallo stress. È proprio questo, infatti l’unico modo per potersi realmente sfogare: distrarsi. In un esperimento condotto da Brad Bushman e colleghi (2005) era stato scoperto che i partecipanti insultati che avevano trovato l’occasione di distrarsi descrivendo il paesaggio circostante al loro campus universitario riportavano livelli di aggressività molto inferiori rispetto a quelli che erano stati invitati a riflettere sull’accaduto. Distrarsi fa bene, e secondo noi il videogioco può essere usato per questo, anche se violento.

Fonti

Bushman, B. J. (2002). Does venting anger feed or extinguish the flame? Catharsis, rumination, distraction, anger, and aggressive responding. Personality and Social Psychology Bulletin, 28, 724-731.

Bushman, B. J., Bonacci, A. M., Pedersen, W. C., Vasquez, E. A., & Miller, N. (2005). Chewing on it can chew you up: Effects of rumination on triggered displaced aggression. Journal of Personality and Social Psychology, 88, 969-983.

Myers, D. G. (2009). Psicologia Sociale. Marta, E. & Lanz, M. (a cura di), The McGrew-Hill Companies, S.r.l. Cap. 10.

 

By |2017-05-08T12:24:22+00:00marzo 8th, 2017|Gamer's Mind|0 Comments

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