Il videogioco: opera d’arte o simbolo del consumismo moderno?

Cosa è un videogioco? Sembra banale come domanda, eppure la risposta non è mai la stessa. Lo si va a definire in molteplici modi, dipende dalla persona a cui lo si chiede, al luogo e al periodo in cui essa vive, a che età ne è entrata in contatto e se vi è entrata in contatto.

Il videogioco è un bene, più di preciso un bene di lusso, definito come opera d’arte da alcuni, o da strumento di socializzazione o di apprendimento da altri, ma resta pur sempre un bene di consumo di cui spesso molte persone finiscono per averne un centinaio, di averne provati la metà e di averli conclusi almeno una volta solo una decina.

Sia chiaro, sono uno dei primi fautori che sostiene tutte le credenziali dette prima sui videogiochi, ossia che tale oggetto va oltre il solo fine di svago e che celi dentro e attorno a sé enormi potenzialità, fatto è che per una volta ritengo opportuno cambiare ottica sull’argomento, rischiando di apparire come uno che vuole cantare fuori dal coro.

La società di oggi ha saputo raggiungere e conquistare livelli di benessere impensabili fino a meno di un secolo fa (almeno per gran parte del globo), tali situazioni conducono sempre a un aumento nella produzione di beni di lusso (nemmeno secondari per la vita delle persone), e tra questi prodotti si inseriscono i videogiochi.

Siamo nell’era ribattezzata del “consumismo”, dove l’acquisto del superfluo oltre che a esser scontato è quasi necessario e dove più cose si comprano, meno valore hanno poi (alla faccia del collezionismo).

 

I videogiochi stessi possono essere considerati uno dei simboli del consumismo più azzeccati, prodotti nati per lo svago delle persone, un bisogno fine a se stesso come lo strumento usato per soddisfarlo, creato in quantità esorbitati.

Il sito Newzoo pubblicò un articolo in cui si stimava che il mercato videoludico internazionale avrebbe toccato i 91,5 miliardi di dollari nel 2015 e superato i 100 miliardi di dollari nel 2016 (una crescita del 9,4% rispetto al dato del 2014, che si attestava sui 83,6 miliardi di dollari).

Il Sole 24 ore pubblicò rispettivamente un articolo riferito al mercato dei videogiochi in Italia, il quale si consolidava la crescita nel 2015 con un giro d’affari di quasi un miliardo di euro (952.172.036 euro) e un trend in crescita del 6,9% rispetto al 2014.

Cina e Stati Uniti lottano per accaparrarsi il primato per la maggiore spesa videoludica, ormai la guerra fredda sembra non la si combatte più con armamenti militari e soldati, ma con spese commerciali e videogiochi.

In conclusione l’articolo che state leggendo non è una critica al mondo videoludico, che ho sempre sostenuto e amato, dato che ritengo personalmente che accrescesse la società di sempre più creatività, inventiva e progresso. Molti di noi sono cresciuti e stanno crescendo con questi strumenti capaci di emozionarci, tenerci impegnaci, di farci avvicinare e conoscere gente che non pensavamo di poter mai incontrare, ma restano pur sempre degli oggetti inanimati.

Il videogioco è un bene che solo in quest’epoca abbiamo potuto permetterci di investire denaro, tempo, sentimenti e passione, uno strumento come molti altri, a cui la società ha attribuito più importanza e rilievo, ritagliandosi una fetta sempre più sostanziosa di mercato.

Per fortuna che si sta sempre più espandendo il mondo degli indie, che offrono videogiochi sempre originali e innovativi, ognuno destinato ad un pubblico preciso!

By | 2017-05-08T12:24:21+00:00 aprile 12th, 2017|Cultura pop e videogame|0 Comments

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Laureato in psicologia, appassionato del mondo nerd e di ciò che ruota attorno ad esso, affascinato dalla cultura pop e underground del fumetto, cinema e dei videogiochi. Personaggio interessato a studiare i rapporti e i costumi antropologici della sub cultura contemporanea legata alla realtà videoludica. Amante di ogni genere di videogioco, da quello automobilistico cresciuto con Gran Turismo, agli FPS, GDR, MMORPG, ma se dovessi scegliere opterei per la classica trilogia di Prince of Persia.