“All technological progress of human society is geared towards the transformation of the human species as we currently know it”

Robert Pepperell – The Posthuman Manifesto (2005)

 

La contrapposizione fra macchine ed esseri umani è storicamente antica e spesso posta in termini antitetici, o di imitazione come in molte storie di robot: è uno scenario recente e interessante quello che vede persone integrare tecnologie nel proprio corpo. Le prospettive a riguardo tendono spesso a focalizzarsi sul fascino inquietante e proibito di un uomo ormai quasi interamente artificiale, spesso immaginato come fisicamente e cognitivamente superiore a scapito di emozioni e personalità, deumanizzato. Ma se osservassimo da una prospettiva opposta, di compenetrazione con le tecnologie come qualcosa di fin troppo umano?

 

Facciamo un salto indietro agli albori della nostra specie. Possiamo affermare con ragionevole sicurezza che a permettere la sopravvivenza dei nostri antenati ominidi nella savana milioni di anni fa siano state essenzialmente due caratteristiche: il pollice opponibile e una sviluppatissima neocorteccia, la parte del cervello più recente implicata nei processi associativi e nelle funzioni mentali superiori. Il primo permetteva loro di modificare l’ambiente circostante per sopravvivere, creando artefatti e strumenti, il secondo di prevedere ed immaginare un ambiente diverso dal qui ed ora. Inizialmente sono serviti a sopravvivere in un mondo terribilmente ostile, mentre la selezione naturale faceva il suo corso, ma piano piano qualcosa è cambiato: la lotta per la sopravvivenza non ha più completamente monopolizzato le nostre risorse cognitive e pratiche. Una rivoluzione basata sulle prime forme di tecnologia, nel suo senso originario di techne ovvero di saper fare, e dei primi strumenti, oggi ormai così inscindibili dalle tecniche da esserne spesso incarnazione. Le risorse cognitive possono quindi essere reinvestire in definizione e attribuzione di senso sempre maggiore al mondo che ci circonda, c’è così spazio per quelli che diventeranno la scienza, la religione, l’arte… insomma quel che distingue la nostra specie.

“Con la conoscenza e l’amicizia della materia, della quale gli scienziati non possono conoscere che le reazioni fisico-chimiche, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili”

Manifesto tecnico della letteratura futurista – Filippo Tommaso Marinetti  (1912)

 

L’homo sapiens come tale si è dunque reso inscindibile dalle tecnologie e dagli strumenti su più livelli:

Sopravvivenza e protesi funzionale – La tecnologia supplisce alle nostre mancanze fisiche attraverso strumenti che diventano parte di noi: dalle scarpe o ai vestiti fino agli occhiali e agli apparecchi acustici. Significativo e il nostro averne consapevolezza solo sussidiaria, facendone estensioni del nostro corpo: basti pensare a chi porta gli occhiali e dimentica di toglierseli entrando nella doccia.

Comunicazione e protesi mentale – Arte e scrittura vicariano le nostre facoltà emotive, percettive e cognitive connettendoci in maniera  profonda con aspetti dell’esperienza umana che ci sarebbero estranei, pensiamo alle forme narrative del mito e della fiaba. Un esempio più moderno è il ruolo delle piattaforme social nel modulare, sperimentare e registrare la nostra identità.

Creazione e protesi del Reale – Unico fra gli animali in questo senso, l’uomo adatta l’ambiente stesso alle proprie esigenze, le città altro non sono che ambienti artificiali in grado di garantire la nostra sopravvivenza. Ma oltre ai bisogni primari la tecnologia ha iniziato a riscrivere l’ambiente in modo molto più profondo: i nostri dispositivi mobili collegati a internet ci consentono di fruire di contenuti multimediali e di realtà aumentata che vanno a costituire un vero e proprio spazio parallelo, interamente costituito da prodotti della creatività umana.
Recentemente il visionario imprenditore  Elon Musk ha annunciato l’avvio del progetto Neuralink, azienda volta alla realizzazione di interfacce dirette fra il cervello, le macchine e la rete . Non dovremmo forse guardare al sogno postumano come l’ultima fase di un processo evolutivo iniziato nella savana, in cui tecnologie sono sempre state parte integrante di noi?