Rocket League: la sottile arte della semplicità

Ormai un paio di anni fa, Psyonix ha sviluppato un titolo destinato ad entrare nelle console e nei PC di molti videogiocatori; realizzato con Unreal Engine, Rocket League è stato premiato come gioco più scaricato dell’anno 2016 del PSN, ovvero il servizio Sony che permette di giocare online. Il gioco è stato un tale successo da convincere Microsoft a farlo approdare anche su Xbox One.
Per chi non conoscesse il titolo, il mio consiglio è di andare su youtube a cercare qualche video di questo gioco letteralmente unico. Noterete abbastanza in fretta che in una partita online possiamo incontrare vari tipi di giocatori: ci sono giocatori “normali” che giocano a medio livello, giocatori “di un altro pianeta” che eseguono manovre che io stento ad immaginare possibili e altri che sono decisamente alle prime armi e si trovano in difficoltà anche con la percezione dei movimenti della propria vettura o nel colpire la palla (miss).

La peculiarità di Rocket League riguarda tanto la variabilità del livello dei giocatori quanto la possibilità o capacità di realizzare le proprie intenzioni nel gioco, creando letteralmente un nodo a doppio filo. Nel gioco siete a bordo di una macchinina, all’interno di un’arena rettangolare e con due porte, che inizialmente fa associare l’idea del gioco al calcio, chiuso da muri su ogni lato soffitto compreso. In campo sono disposte alcune fiale di Turbo accumulabili a durante l’incontro che, attivate, permettono alle microvetture (perdonatemi, ma sono cresciuto con le MicroMachines) di aumentare enormemente la propria velocità a terra o di utilizzare questa propulsione per librarsi in aria con manovre simili al volo e a volte molto acrobatiche.L’obiettivo è ovviamente quello di vincere partite, la cui durata è di 5’, segnando più goal di quanti se ne subiscano. Fino a qui tutto bene, la teoria sembra facile, ma la pratica smentisce in fretta questa percezione, portando giocatori ad interrogarsi sul perché un gioco che a primo impatto può sembrare banale risulti in realtà tanto complesso quanto disorientante. La risposta è tanto semplice da scrivere quanto difficile da interpretare correttamente e con cognizione di causa. In Rocket League per capire le basi di gioco bastano un paio di minuti e le meccaniche elementari sono altrettanto semplici, motivo ulteriore per cui è popolato da una community molto eterogenea in termini di età. Allo stesso tempo risulta essere estremamente difficile da padroneggiare nella totalità delle sue dinamiche e possibilità: attuare le proprie intenzioni con successo, soprattutto in caso di giocatori alle prime armi con il titolo, può risultare complesso.

Un esempio pratico: è piuttosto facile colpire la palla quando si trova a terra, accelerando e sterzando, eseguendo infine un “flip” per imprimere più forza alla palla ed indirizzarla nella direzione voluta. Diventa invece quasi drammatico mantenere la stabilità durante il volo per colpire una palla alta, soprattutto per giocatori che si cimentano per le prime volte in queste manovre acrobatiche. Il gioco prevede due differenti “spiriti di gioco”, un play-for-fun e una modalità competitive; sempre all’interno di un contesto di gioco individuale (1 vs 1) o sociale (2 vs 2 & 3 vs 3 con modalità differenti a seconda della partita classificata o meno.
Perché questo titolo, nella sue particolarità, diventa interessante dal punto di vista psicologico?
Innanzitutto Rocket League è un gioco che, come detto, ospita una community molto eterogenea in termini di età e capacità, permettendo di partecipare a partite con compagni ed avversari di pari livello, ottimizzando così l’esperienza di gioco. Proprio per questo è estremamente sfidante in relazione alle abilità dei giocatori nella stanza, permettendo così quel bilanciamento tra la componente di sfide ed abilità che è tipica dell’esperienza di Flow.

Facilita inoltre una modalità di sfida che è ancora più accattivante ed efficace della “sola” competizione: la sfida con sé stesso. In Rocket League, molto spesso i giocatori si trovano a dover intervenire su una palla la cui traiettoria è dubbia, imprevista o di cui è difficile immaginare il rimbalzo su un muro o contro il soffitto. In quel caso il giocatore non è solo in competizione direttamente con un avversario, ma anche con le sue capacità di problem solving, pensiero critico, decision making, pianificazione strategica, percezione di stimoli elettivi e modalità di esecuzione dell’azione. Questo implica contemporaneamente una presa di coscienza da parte del giocatore delle proprie abilità e, spesso, la volontà di accrescere quelle stesse abilità per migliorare le proprie performance ed aumentare la propria soddisfazione. McClelland, elabora una teoria dei bisogni intorno ai poli di potere sociale e affiliazione che può aiutarci a fare chiarezza. Se da una parte l’esprimere il proprio potere sociale è una necessità umana, dall’altra l’essere riconosciuto come capace o, meglio, bravo da un certo gruppo sociale non fa che aumentare la nostra considerazione di noi stessi e delle nostre capacità. L’appartenenza ad un gruppo che noi valutiamo come positivo o che incarna valori per noi desiderabili è una spinta motivazionale contemporaneamente intrinseca, e volta quindi al miglioramento personale e alla dimensione di potere sociale ad esso connessa, ed estrinseca in termini di appartenenza sociale, e riconoscimento, ad un contesto di elite (vedi la cima della piramide dei bisogni di Maslow, ne parliamo qui).
Rocket League è un microcosmo pratico ideale per spiegare tutto questo che permette al giocatore di vedere nitidamente i propri progressi attraverso la modalità competitive – Partita Classificata. In queste partite vengono conteggiati dei punti che permettono di salire o scendere di ranghi e divisioni: bronzo, argento, oro, platino, diamante, campione; ciascuno composto da 4/5 divisioni. Tutti i giocatori cercano di scalare le classifiche verso le divisioni di rango più elevato per testare con se stessi e dimostrare agli altri giocatori le proprie capacità ed il proprio miglioramento.
Rocket League è uno dei migliori e palesi esempi che permette di guardare ai videogiochi come artefatti complessi e raffinati, dove quello che è non sempre coincide con quello che sembra.
Diamanti allo stato grezzo.

By | 2017-05-08T12:24:17+00:00 maggio 6th, 2017|Game Analysis|0 Comments

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