ADPOCALYPSE: Dietro il conflitto a fuoco nella sede di YouTube

Durante la giornata di ieri, alle 12:46 ora locale, si è verificato uno scontro a fuoco nel Quartier Generale di YouTube a San Bruno, California del Nord. L’aggressione ha portato al ferimento di tre dipendenti ed al suicidio della responsabile dell’attacco, Nasim Aghdam, 39 anni, content creator di origine iraniana e residente in California (nella foto in basso). L’attivista per i diritti degli animali aveva recentemente accusato la piattaforma di discriminazione e censura nei suoi confronti, affermando che “Non c’è pari opportunità di crescita su YouTube o su qualsiasi altro sito di condivisione video. Il tuo canale cresce solo se loro vogliono che cresca!” (Fonte: BBC News)

Tutto cominciò nel 2017, quando Felix Kjellberg, aka Pewdiepie, 28enne possessore del canale YouTube con più iscritti al mondo (61 milioni al momento), postò un video riguardante il sito Fiverr, piattaforma su cui privati vendono prestazioni alla modica cifra di 5 dollari. Pewdiepie ha richiesto al sito una serie di servizi “al limite”: tra gli altri, ha ordinato ad un gruppo di ragazzi la realizzazione di un cartello che recita “Morte a tutti gli ebrei”. Mentre alcuni venditori hanno rifiutato il servizio, la maggior parte ha invece accettato, compresi i sopracitati ragazzi, con grande shock dello stesso Kjellberg. In seguito alla pubblicazione di questo reaction video, il Wall Street Journal ha contattato Disney e Revelmode, partner commerciali di Kjellberg, intimandone il licenziamento e pubblicando vari articoli dal titolo inequivocabile: Pewdiepie è antisemita.

Tralasciando la sostanziosa polemica che da qui è derivata, per il cui approfondimento vi rimandiamo qui, questo avvenimento ha innescato una devastante reazione a catena, dando vita ad una parola che ancora oggi fa tremare i content creators: Adpocalypse.
Infatti, sull’onda della polemica sopra citata e di altre situazioni analoghe ma con meno risonanza mediatica (ad esempio la comparsa di pubblicità su video inneggianti al terrorismo, a detta del Times), molte grosse compagnie hanno ritirato le proprie pubblicità dalla piattaforma, proprio per timore di essere associate a video considerati “poco idonei” o politicamente scorretti. Ciò significa che, anche se un video fosse stato considerato idoneo alla monetizzazione, la mancanza di contenuti pubblicitari avrebbe causato l’assenza di sponsor (e dunque di guadagno per l’autore).

YouTube è ulteriormente corsa ai ripari, alzando la soglia di visualizzazioni richiesta a ciascun canale per ottenere il diritto all’assegnazione di una pubblicità e, nonostante le continue smentite, cambiato l’algoritmo che governa i video “consigliati per te”, che compaiono nella colonna destra del nostro account. Sembra infatti che, per un periodo, i video raccomandati non fossero più legati a ciò che guardiamo abitualmente, ma fossero quelli che, in generale, ricevevano più visualizzazioni in assoluto sulla piattaforma. Ciò significa che, se anche i miei interessi fossero legati alle abitudini alimentari delle tartarughe rugose dell’Eurasia, avrei comunque avuto nei contenuti raccomandati il nuovo video di Rihanna.

Nonostante questi grandi sforzi per tenere la situazione sotto controllo, le polemiche non si sono placate, anzi: la combinazione di Adpocalypse e restrizioni hanno costituito una barriera affinché i canali con meno iscritti, secondo la piattaforma privi di garanzie, fossero tenuti in disparte, ed un costo economico non indifferente per tutti gli altri, che hanno visto i propri guadagni ridursi fino un cinquantesimo della cifra iniziale, secondo il canale H3H3.

La situazione sembra essersi attutita dall’annus horribilis 2017, con ulteriori cambi di regole e soglie, ma a tutt’oggi qualcosa non quadra nella modalità tramite cui un video viene effettivamente demonetizzato: inizialmente si pensava che il sistema funzionasse per parole chiave presenti nel titolo o in descrizione, molti video di gameplay di Left 4 Dead, infatti, contenendo la parola chiavedead, sarebbero stati demonetizzati. Tuttavia si è recentemente scoperto, grazie al canale Nerd City, che esiste una classificazione per i video simile a quella utilizzata per i programmi televisivi:  General Public, Parental Guidance, Teenagers, e Mature. In relazione a questa scoperta, negli ultimi giorni si è sparsa notizia che, durante la visione di PhillyD, canale di news, sia comparsa una pubblicità nientemeno che di un servizio di escort russe. L’ipotesi più avvalorata è dunque che a contenuti etichettati come “maturi” per un qualsiasi motivo (in questo caso per l’aver trattato casi di attualità) vadano automaticamente assegnate pubblicità mature – di qualsiasi genere.

Inoltre, secondo questa modalità, il famoso video incriminato di uno dei fratelli Paul (in cui Logan filmò, senza censure, il ritrovamento di una persona impiccata) e un importante video di sensibilizzazione contro il suicidio sono equiparati in quanto entrambi classificati “mature”, e pertanto resi entrambi più difficili da trovare tramite una semplice ricerca. Con conseguenze anche per persone che, isolate ed in cerca di aiuto, avrebbero invece bisogno di supporto o una legittimazione a chiedere aiuto, che in certe situazioni (specie per i giovanissimi) può anche arrivare da un video trovato in rete.

Nonostante tutti questi sforzi, molti video sembrano sfuggire alla censura: lo stesso video di Logan Paul arrivò al numero 10 della sezione trending prima di essere notato ed eliminato, e contenuti come il recente video di RiceGum feat. Alissa Violet dal titolo autoesplicativo “1 KILL = 1 REMOVED CLOTHING” sono ancora in circolazione (ed al momento ancora monetizzati), fomentando il malcontento di canali più virtuosi ma penalizzati in maniera più severa.

A tutto questo si aggiunge, a detta di molti, l’assoluta mancanza di comunicazione tra i piani alti e i creators, con continue negazioni dell’evidenza e poca chiarezza (e nullo preavviso) riguardo al cambiamento di policy e algoritmi. In conclusione, la situazione non si fa certo rosea per YouTube: molti content creators – anche seguiti da un numero non indifferente di subscribers – si sono rivolti a metodi alternativi per continuare a guadagnarsi da vivere, aumentando la frequenza dei livestream su Twitch oppure aprendo un account Patreon, tramite cui ricevere donazioni dirette.

L’ultimo YouTube Rewind è l’emblema della gargantuesca differenza tra quello che YouTube vuole mostrare di essere e quello che realmente è: un gruppo di ragazzoni in piscina, piacenti e sorridenti con i loro fidget spinner, versus tutto ciò che YouTube è davvero – dall’unboxing di pacchi Amazon Prime, ai reaction video sulla Reddit 50/50 challenge, ai gameplay, alle sfide a chi mangia più peperoncini, alla sensibilizzazione per la salute mentale, ai servizi di informazione.

Resteremo tutti in attesa della prossima mossa della piattaforma: la situazione non era ideale da tempo, ma nessuno si sarebbe mai aspettato che si sarebbe giunti a tanto.

By |2018-04-04T12:31:34+00:00aprile 4th, 2018|Cultura pop e videogame|1 Comment

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Dottoressa in Neuroscienze Nata il 2/10/1991 a Bergamo. Dopo aver trascorso un semestre presso l’Università di Leeds (UK), si laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università di Bergamo, per poi conseguire la specializzazione in Neuroscienze presso l’Università degli Studi di Trento, ottenuta nel 2016. Entusiasta videogiocatrice sin da piccola, partendo da Commander Keen sul computer dello zio e passando per le serie di Pokèmon e Final Fantasy, si specializza poi negli Indie Games per PC. Attualmente è dottoranda presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, occupandosi di progetti di studio di Realtà Virtuale, User Experience e Serious Gaming.