Halloween purtroppo è passato, per gli appassionati dell’Horror è senz’altro un dispiacere, mentre tutti gli altri tirano un sospiro di sollievo. Ma perché abbiamo questa distinzione? Perché alcuni amano spaventarsi e cimentarsi in giochi dalle atmosfere inquietanti, mentre altri evitano quel tipo di giochi come la peste?

L’Horror è sempre stato un genere molto particolare, o lo ami o lo odi, non esistono vie di mezzo.
Vogliamo proporvi, qui di seguito, la risposta alla domanda: Perchè amiamo l’horror?

 

Per rispondere a questa domanda prendiamo in considerazione il lavoro di un autore statunitense, studioso di estetica e filosofia, che ha dedicato un intero libro su questo tema: Noël Carroll.

Il punto di partenza dell’opera è una nuova interpretazione del “paradox of fiction“, cioè l’idea che uno spettatore provi emozioni di fronte a qualcosa che non esiste realmente. Fin dall’antica Grecia e con i primi filosofi si parla di cartarsi, la purificazione che avviene assistendo ad una rappresentazione di azioni che si possono aver compiuto, concetto poi successivamente ripreso dalla psicologia più moderna di Freud e interpretata come immedesimazione. Carroll ritiene che questa filosofia di pensiero, invece di dare una spiegazione al perchè amiamo le storie, crei un’altro paradosso: il “paradox of horror”, il paradosso per cui si prova attrazione verso il genere artistico che provoca sensazioni che, nella vita reale, vorremmo invece a tutti i costi evitare.

Per andare oltre e comprendere la natura dell’interesse per il genere, l’autore inizia distinguendo le spiegazioni fornite nel corso della storia in due precise tendenze: quella religiosa, che ritiene la sensazione di paura profonda derivata dall’horror un’esperienza mistica, e quella psicoanalitica, che individua nell’attrazione verso questo genere una manifestazione di elementi psichici repressi.

Queste spiegazioni, pur evidenziando alcuni aspetti del piacere legato a questo tipo di esperienza, non sono esaustive, infatti, non tutto quello che ci spaventa ci incute un timore rispettoso e non tutto è necessariamente frutto di una repressione inconscia.

Per questo è necessario superarle e trovare “una teoria generale e una teoria universale” del piacere dell’Horror. Carroll ci riesce sostituendo il concetto di identificazione con quello di assimilazione: chi guarda non crede di essere il personaggio, ma assimila il suo punto di vista da una prospettiva esterna. Si viene quindi a creare una distanza, la cui “lunghezza” determina la forza delle reazioni suscitate: coloro che faticano a separare il proprio punto di vista da quello del personaggio risulteranno più sensibili ai contenuti dell’horror.

L’assimilazione non funziona da sola comunque per stimolare il giocatore, perchè il vero interesse non è “il mostro”, ma la storia. È la curiosità, il gusto della scoperta, che spinge a proseguire il gioco. Questo è un ulteriore motivo individuato dall’autore per cui si ama l’Horror, infatti, di solito questo tipo di storie sono circondate dal mistero e dal dubbio.

L’introduzione dei sistemi di realtà virtuale, negli ultimi tempi, ha reso molto complesso il processo di allontanamento dal personaggio: non si gioca più solo in prima persona, ma il giocatore è dentro la storia. Giochi come Resident Evil VII hanno permesso anche agli amanti del genere che sono “abituati” agli stimoli spaventosi, di recuperare parzialmente quelle sensazioni di paura. Rimane comunque intatto il sistema di scoperta, che ti costringe a procedere nella storia per svelarne tutti i misteri ed è questo che rende comunque questo tipo di giochi, ancora tutt’oggi, tra i più amati.

 

 

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Mentre se siete, invece, interessati ad approfondire meglio il genere Horror, volendo comprendere quali elementi lo rendono tale, cliccate qui.

 

Fonte: saggio “Why Horror?” Noël Carroll