Figli in rete, quando, quanto e come?

“Quando, quanto e come?” così si possono riassumere molte delle domande poste dai genitori quando si parla di minori su internet. Dove inizia il “troppo”, in che modo controllare e dare regole?

Rispetto alle prime due variabili si può fare riferimento alle recenti linee guida della società italiana di pediatria, e dei loro colleghi americani che condividono l’importanza dell’esempio dato dagli adulti e del non usare i dispositivi digitali come “succhiotto emotivo” per intrattenere il bambino lasciato da solo. Eppure queste indicazioni risultano spesso lontane dalle pratiche reali dei giovani e sopratutto giovanissimi, nonchè di chi si prende cura di loro.

E’ necessario dunque per il genitore fare da mediatore, come già consigliato per i media tradizionali. Risulta però relativamente più facile per un genitore guardare la televisione insieme ai figli, filtrando e discutendo insieme quello che passa sullo schermo, rispetto al condividere l’uso di internet. Le modalità di utilizzo sono in costante aumento per numero e complessità, spesso con dispositivi mobili e strettamente legati alle relazioni: un genitore che “spia” i profili social può essere percepito allo stesso modo di quello che leggeva di nascosto il diario o origliava conversazioni con gli amici. Non è più dunque solo questione di interpretare correttamente i messaggi, ma di gestire la propria presenza in una rete di comunicazione. Si tratta quindi di un difficile bilanciamento fra lo sviluppo dell’autonomia, per la quale i ragazzi devono percepirsi come agenti delle proprie scelte, con il bisogno di controllo, data l’importanza degli elementi emotivi e relazionali messi in gioco.

 

Dalla letteratura emerge come la mediazione attiva dei genitori si possa esercitare parlando dei rischi di internet in conversazioni che permettano ai giovani di fare domande e agli adulti di spiegare i ragionamenti dietro le loro affermazioni. Questa modalità risulta più efficace nel prevenire comportamenti a rischio come il  rivelare proprie informazioni personali sconosciuti su web rispetto ad un approccio puramente precauzionale.

In questa prospettiva risulta importante di creare regole già dall’infanzia regole condivise volte a sviluppare una discussione non solo su tempi d’uso ma anche sulle modalità appropriate. In questo senso potrebbero essere d’aiuto apposite app di monitoraggio cooperativo, che al momento risultano ancora poco diffuse. In una ricerca sull’uso di una di queste applicazioni (Ko, 2015) la porzione di genitori che riportava i propri metodi come “molto efficaci” sottolineava come cercassero di definire le regole collaborando con i figli, e di come fossero proprio i genitori i primi a fare da esempio. Il confronto rispetto all’uso può portare a utili sorprese, come adulti che si ritrovano in difficoltà nel rispettare i tempi di disconnessione, o di far luce su applicazioni usate dai figli rivelatesi innocue.  Molto interessante è come i ragazzi coinvolti nello studio si sentissero più rispettati da queste strategie rispetto a quelle più tradizionali come la confisca dei dispositivi, ma anche motivati dall’aspetto ludico in una sorta di sfida a chi riesce a trovare alternative all’uso. L’ideale sarebbe quindi sviluppare una “finestra digitale” che permetta di comunicare rispetto alle attività che si svolgono ma di ometterne i dettagli.

 

 

Ma cosa succede se il genitore non si sente competente rispetto ai contenuti che dovrebbe mediare? Il sondaggio su larga scala condotto da Livingstone (2017) sulle strategie di mediazione dei genitori europei, che ha evidenziato come queste possano essere ricondotte a due modelli:

Il genitorerestrittivo vede i nuovi media per lo più come fonte di problemi, percepiscono se stessi e i figli come poco competenti in questo ambito e usano dunque misure come il sequestro del dispositivo o il non acquisto per mettere in sicurezza i figli.

Il genitore abilitante invece si percepisce come dotato di capacità sufficienti per fare buon uso della rete, puntando quindi a svilupparle nei figli attraverso l’uso. In questo modo aumentano le opportunità di apprendimento, ma anche i rischi.

Come si può notare entrambe le strategie non sono esenti da difetti, ma non per questo attingere da entrambe risulta essere una soluzione efficace. Uno studio longitudinale (Nikken e Schols-2015) ha evidenziato come la combinazione di queste strategie appaia incoerente al bambino e possibile fonte di ansia.

In un mondo sempre più mediato le abilità che i genitori sentono o meno di avere rischiano di inasprire e portare avanti le disuguaglianze: i figli di genitori restrittivi, con un accesso minore e più tardo alla rete, rischiano di sviluppare un bagaglio minore di competenze e di trasmettere a loro volta questo divario alla generazione successiva.

 

Un ultimo punto spesso trascurato, è come i genitori non siano l’unica fonte di influenza, e come questa cali quando i bambini crescono. Alla mediazione genitoriale si sostituisce sempre di più quella dei pari. Rinviando il contatto con la rete e la discussione su di essa a un’età più matura si rischia di far si che questa avvenga quando la principale fonte di influenza è ormai il gruppo dei coetanei, che più spesso propone azioni piuttosto che stabilire dei limiti. In particolare Samson e Mesh (2014) hanno evidenziato come le norme implicite del gruppo dei pari, ad esempio il pensare che i miei amici approvino un certo comportamento, influenzino azioni online in aree come l’insultare e il divulgare informazioni personali.

Possiamo quindi riciclare un vecchio adagio affermando che se non ne parli ai tuoi figli (di internet) qualcun altro lo farà. E se cominciamo tardi troveremo già un adolescente in cerca della propria autonomia e ben poco propenso a condividere con i genitori quello che ormai sarà uno spazio privato. Ma al contrario, accompagnandoli gradualmente e in modo adeguato alla loro età a muoversi nella rete, svilupperemo in loro quelle abilità che li renderanno in futuro non solo in grado di fare scelte consapevoli, ma anche modelli positivi per i loro coetanei. E’ dunque importante non solo istruire ma incoraggiare a livello istituzionale esperienze positive condivise da genitori figli nell’uso dei media. 

 

Bibliografia

Livingstone (2017)Maximizing Opportunities and Minimizing Risks for Children Online: The Role of Digital Skills in Emerging Strategies of Parental Mediation

Shin (2016) How does “talking about the Internet with others” affect teenagers’ experience of online risks? The role of active mediation by parents, peers, and school teachers

Ko (2015) Facilitating Participatory Parental Mediation of Adolescents’ Smartphone Use

 

By |2018-12-19T13:13:56+00:00dicembre 19th, 2018|Media Education|0 Comments

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