Se non puoi batterli, allora comprali: critica al costume di “Ingloba, consuma e getta”

Fondare, far crescere e mantenere una società è sempre stato un compito arduo, dettato da costanza, fortuna e ovviamente da doti manageriali performanti; dal boom degli anni 80 sino ai nostri tempi sono nate e morte innumerevoli compagnie e case videoludiche, alcune han chiuso i battenti per cause immeritate, altre per incompetenza e altre ancora a causa di passaggi di proprietà autolesionisti.

Un week-end mi sono ritrovato a casa di un amico e ovviamente siamo finiti a parlare di videogiochi. E’ un periodo in cui si trova immerso a giocare a Battlefield 5 e da lì è nata tutta una serie di discorsi; partendo dai contenuti e dall’esperienza di gioco sino ad approdare a temi più legati al marketing, a come è stato presentato il videogioco rispetto ai suoi predecessori, alla gestione della clientela, a promesse mantenute e altre ancora ben lontane dall’essere esaudite, a timori e rabbia per alcune scelte e comportamenti dell’azienda sviluppatrice ecc…

La serie di Battlefield non necessita di troppe presentazioni, i videogiochi sono ambientati in diversi periodi storici, reali o ipotetici oltre che futuristici, un FPS che offre ai giocatori una sempre più vasta gamma di armi (fedeli ai contesti) e mappe di gioco ben curate.

Il Brand si è consolidato ormai da anni, eppure stando ai dati di vendita (tenuto conto del lancio del 15 novembre dove acquistando la più costosa Deluxe Edition, e l’accesso in anteprima si poteva ottenere anche il servizio Origin Access Premier) quest’ultima opera ha venduto ben al di sotto del titolo precedente (stimata al 63% di copie fisiche in meno e quasi un 30% digitali).

La domanda che mi son sentito quindi di porre è stata: perché tale abbandono/diserzione al marchio? Eppure le premesse apparivano di gran lunga superiori a Battlefield 1 e il gradimento del multiplayer e gameplay da parte del mio amico erano piuttosto elevati.

Le motivazioni furono che:

“Prima era premium pass 50 euro con la garanzia di tutti i dlc in B1, mentre ora è live service. Prima vi erano molte Personalizzazioni (veicoli e personaggi) con skin estetiche e il resto era incluso. Predecessore (Battlefield 1) scadente, Battlefield V è un gioco uscito troppo presto per i tempi che corrono e per lo sviluppo frettoloso che vi è stato dedicato per alcune cose (…), uscito troppo presto e cattive vendite che incidono e mettono a rischio le promesse fatte dagli sviluppatori con la paura che non le mantengano e che si arresti il processo di ampliamento mappe/armi/costumi ecc…”

Ma soprattutto, la Digital Illusions Creative Entertainment (acronimo DICE), la società svedese che sviluppò il videogioco sin dalle sue origini, aveva maggior autonomia e poteva confidare su scadenze maggiormente programmate. Essa però è dal 2004 di proprietà della Electronic Arts, la quale ha esercitato sempre maggiori pressioni sui tempi di uscita.

Electronic Arts (anche nota come EA) è una società statunitense che sviluppa, pubblica e distribuisce videogiochi ed è notoriamente conosciuta come la principale fagocitatrice di case videoludiche (la seconda è Activision).

Da queste premesse siamo poi partiti sul riflettere se fosse un bene o un male l’acquisizione di case/aziende sane da parte di competitors che al posto di combattere sul campo di battaglia che è il mercato, preferiscono inglobare o addirittura eliminare la concorrenza.

Il piano di sfruttare titoli consolidati e affermati, con alle spalle un amplio gradimento del pubblico a soli fini commerciali esiste ormai in ogni cosa, i videogiochi non ne fanno eccezione e in molti casi sono i videogiochi ad aver subito gli sfregi maggiori da tale sistema.

L’amore per l’opera creata può spingere gli autori originali a battersi per salvarla o per rimediare in parte alle nuove esigenze richieste dai nuovi proprietari che valutano l’acquisto non come un investimento molte volte, ma come una vacca da mungere fin tanto che è in auge.

In conclusione, è su questa onda che molto spesso quando si sente parlare di acquisizioni non si hanno pensieri positive, non si associa la parola a “investimenti” quanto piuttosto a “smembramenti”.

Ciò non viene pensato totalmente in cattiva fede, ma è dovuto a un sistema che perpetua la condizione di deludere le aspettative degli appassionati, il tutto dettato dal fine unico di speculare su brand a cui non interessa più far (anche) divertire e offrire contenuti di qualità, ma che va smarrendo anche l’idea stessa di potersi migliorare… poiché la competizione si è arresa.

By |2019-01-11T09:47:24+00:00gennaio 11th, 2019|Cultura pop e videogame|0 Comments

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Laureato in psicologia, appassionato del mondo nerd e di ciò che ruota attorno ad esso, affascinato dalla cultura pop e underground del fumetto, cinema e dei videogiochi. Personaggio interessato a studiare i rapporti e i costumi antropologici della sub cultura contemporanea legata alla realtà videoludica. Amante di ogni genere di videogioco, da quello automobilistico cresciuto con Gran Turismo, agli FPS, GDR, MMORPG, ma se dovessi scegliere opterei per la classica trilogia di Prince of Persia.