Nella cultura odierna, spesso capita di sentir parlare di malattia mentale. Un tema che fino a pochi anni fa veniva considerato un tabù e che spesso relegava chi ne soffriva agli angoli della società, ignorato e stigmatizzato. Con l’avvento dei social media e della “condivisione” del mondo personale di ciascuno di noi, tuttavia, anche questo tema è pian piano venuto a galla, ispirando capolavori della cultura letteraria quanto di quella cinematografica: come non citare, infatti, “Fight Club” di Fincher o “Spider” di Cronenberg?

Ma che spazio ha questo tema nel mondo videoludico? Forse uno spazio ancora piuttosto limitato, per via dello stigma che ancora reprime l’argomento, ma che, tuttavia, inizia ad avere una propria rilevanza. Ed è a questo proposito che risulta interessante un videogame sviluppato dalla software house Ninja Theory, Hellblade: Senua’s Sacrifice. La compagnia, fondata nel 2000 e divenuta famosa per giochi come “Heavenly Sword” e “DmC Devil May Cry”, si è infatti servita della collaborazione di esperti del settore, come psicologi e psichiatri ma anche delle testimonianze dei loro pazienti, pur di offrire un prodotto finale capace di dare al giocatore un’esperienza che fosse quanto più possibile realistica e coinvolgente della sintomatologia psicotica.

Il gioco si apre facendoci fare la conoscenza non solo della sua protagonista, Senua, ma anche delle pressanti voci che la circondano, le urlano contro, indicano cosa fare e ammaliano; ci mette subito a confronto con la sua realtà: una realtà straziante e sinistra, fatta di allucinazioni ora lontane, ora vicine, quasi come fossero all’interno del suo cranio e che le rendono impossibile distinguere gli stimoli esterni reali da quelli immaginari. Già durante i primi minuti, il giocatore potrà assaporare come questo labile confine venga spesso messo alla prova e come ciò ci consenta di venire a conoscenza di alcuni dettagli riguardanti la nostra eroina ed il suo mondo: Senua è una guerriera Pitta sopravvissuta ad una incursione vichinga che ha messo a ferro e fuoco il suo villaggio, uccidendone gli abitanti, tra cui il suo amato. Disperata e sola ma determinata, ella deciderà di chiedere aiuto alle divinità per riportare in vita l’uomo tramite la testa che porta con sé e che, talvolta, sembra essere ancora dotata di vita. Questo piano, tuttavia, non sarà di facile attuazione in quanto le stesse creature mitologiche, di cui sentiva nei racconti, le sbarreranno la strada, sfruttandone le paure ed i traumi tramite allucinazioni continue ed ostacoli.
Ma quali di questi sono reali e quali no? È proprio questo l’intento degli sviluppatori: far capire al giocatore quanto il mondo di chi è affetto da tale patologia possa talvolta rispecchiare la realtà, così come possa improvvisamente essere distorto e risucchiato all’interno di una fantasia che va a rielaborare il vissuto ed il mondo del soggetto, un’illusione che può essere tanto bella quanto terrificante e distorta. Ninja Theory non si ferma, infatti, ad una visione superficiale della malattia: grazie al continuo confronto con persone affette da psicosi, ci offre diverse interpretazioni delle allucinazioni visive ed uditive, che ora sembreranno uno stupendo caleidoscopio di colori, ora creeranno strane e creative relazioni tra oggetti del mondo circostante, ora saranno dei flashback della vita della donna, ora diventeranno delle agghiaccianti creature pronte a prendere la sua vita.

Dei deliri che tuttavia reggono su un principale filo conduttore: l’oscurità derivante dalle allucinazioni che l’hanno accompagnata per tutta la vita e dalla morte del suo uomo. Un’oscurità che percepisce come un veleno che le penetra le carni e la divora sempre più, ogni volta che cederà alle prove cui viene sottoposta. Un’oscurità che, in fondo, possiamo benissimo ritrovare anche nella società moderna che, come nella cultura della protagonista, stigmatizza e isola chi soffre di tale patologia. I celti, infatti, utilizzavano la parola “Geilt” per definire chi soffriva di psicopatologie e, anziché accettare ed aiutare tali individui, era usanza che costoro cercassero espiazione e purificazione tramite l’isolamento nei boschi, in quanto ritenuti vittime di maledizioni o resi folli da lutti. Un trattamento ormai distante, ma su cui la software house si sofferma e, anzi, offre un ulteriore approfondimento tramite la creazione di un sito web apposito ( http://www.hellbladehelp.info/ )  per la diffusione di informazioni circa la salute mentale ed eventuali associazioni di sostegno.

Hellblade risulta essere un meritevole passo avanti circa l’abbattimento dei tabù, nonché un titolo ben studiato ed estremamente immersivo, dalla narrativa fluida e accattivante, capace di far capire al giocatore come la sintomatologia psicotica possa alterare in modo idiosincratico il mondo dell’individuo, senza che questo riesca a riconoscerla come estranea alla realtà ma, anzi, espandendola.