Uno dei titoli che vi abbiamo proposto nella rubrica “giochi per l’estate” era proprio The Banner Saga.

Il perché questa trilogia sia stata consigliata dipende dal sollievo che si prova a vedere una montagna di neve quando fuori ci sono 35 gradi e dal fatto che sia anche abbastanza breve e, a prima vista, facile.
In realtà, nonostante la semplicità del gameplay, l’intensità della storia e del legame che si viene a creare con alcuni personaggi rende molto più arduo compiere decisioni spesso irreversibili e disastrose.

Infatti, una delle caratteristiche che fin da subito mi ha colpito, piuttosto brutalmente, giocando il primo titolo è l’effetto di alcune scelte, apparentemente irrilevanti, sulla trama non solo del medesimo capitolo ma anche in quelli successivi.

Specifiche tipologie di videogiochi si basano sull’offerta di svariate opzioni di scelta durante il gameplay, non per aprire nuovi scenari, ma semplicemente per il piacere del role-playing del giocatore: nel caso di The Banner Saga, possiamo asserire che le scelte avranno delle ripercussioni sulla giocabilità del titolo.

 

Ma, oltre a questo, cos’ha di speciale questa trilogia fantasy?

Sostanzialmente, è un indie rpg tattico che strizza l’occhiolino alle avventure grafiche e alle meccaniche dei gestionali, finanziato tramite crowdfunding e sviluppato dalla Stoic Studio, fondata da 3 ex-membri BioWare. Motivi di vanto per tutti e tre i capitoli, sono principalmente la trama, la colonna sonora e l’ispirazione artistica. L’atmosfera che questi tre elementi sapranno creare, è capace di tenere incollati allo schermo fino alla fine del viaggio.

Viaggio che inizierà con due gruppi di carrovane: una con a capo Hakon, un nobile varl che per una serie di vicissitudini dovrà scortare il principe degli umani, Ludin. L’altra sarà composta da popolani guidati dal cacciatore Rook, sua figlia Alette, il varl leggendario Iver e il giovane Egil.
Entrambi questi gruppi eterogenei di persone stanno scappando da questi golem umanoidi, chiamati “distruttori“: non è la prima volta che i varl si ritrovano a combatterli, però non si erano mai spinti così a sud e mai in maniera così disperata. Essi sembreranno inseguirvi ovunque, come se spuntassero dalla terra, ma un mistero ben più grande si nasconde dietro questi ammassi di pietra e magia.

 

Da qui fino alla fine del terzo ed ultimo capitolo sarà una fuga continua, resa efficacemente dallo scorrere imperterrito del paesaggio circostante, dove sentiremo appieno il peso della responsabilità della carovana da noi guidata. Sul cammino, potremo accogliere sopravvissuti e combattenti, ma tra di loro potrebbero celarsi dei malintenzionati: dovremo valutare attentamente di chi fidarci, anche perché le risorse, sotto-forma di punti “fama”, saranno piuttosto limitate. Esse, oltre che per comprare provviste, serviranno per gli equipaggiamenti utili a migliorare le statistiche.

Per queste ragioni, e per l’atmosfera che la colonna sonora, i dialoghi e la storia stessa sanno creare, è un vero e proprio gioco di sopravvivenza: la carovana non torna mai indietro, al limite può fermarsi per riposare, esplorare e soprattutto per combattere, ma il pensiero principale di tutto il gioco rimane scappare per salvarsi la pelle.

Quanti salverai dipende solo da te, ma mentre in molti altri giochi di stampo più naïf, si possono compiere sempre scelte altruistiche, The Banner Saga è più cinico e allo stesso tempo realistico: salvare tutti, per quanto nobile, non è fattibile.

 

 

In ultima analisi:

L’intero viaggio della trilogia tratta di complessità sociale, emotiva, psicologica e culturale. Così come di vita e di morte, di dei, persone e luoghi che non ci sono più. Ed infine, anche di integrazione, coesistenza e punti di vista, tematiche molto vicine al nostro sentire, che bypassano l’ambientazione mitologica norrena.

Una cosa che dico sempre riguardo a The Banner Saga: è così che avrei voluto si concludesse Trono di Spade. Non solo battaglie e intrighi politici, ma anche rappresentazioni più simboliche e profonde del bene e del male, così come una spiegazione approfondita del perché un “popolo” doveva conquistarne un altro per sopravvivere.

Quindi se anche voi avete ancora bisogno di una chiusura vera, vi consiglio di giocarvi tutta la trilogia. Possibilmente una di seguito all’altra, e sulla stessa console, così da crearvi la vostra storia dall’inizio alla fine, esportando i salvataggi. Perché questo è un gioco, che solo per motivi tecnici è stato creato ad episodi, ma sia per durata che per prezzo, in quanto trilogia, è alla pari con la concorrenza.

E se tutto ciò non vi avesse ancora convinto, indossate le vostre cuffie e ascoltate: