Cosa sogni, Mario, mentre dormi come Mario tu

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Fin dal principio, la psicologia ha mostrato un grande interesse per gli stati coscienza più oscuri, specialmente quelli che fanno parte della vita quotidiana di tutti noi: a chi non è mai successo di passare una notte travagliata in preda agli incubi, o di svegliarsi affrontando la delusione che quel mondo in cui pensavamo di esserci immersi era solo frutto della nostra mente? Le teorie sui sogni si susseguono da anni e non si può fare a meno di nominare Sigmund Freud, secondo cui durante la notte il nostro Es, sede delle pulsioni più remote e arcaiche, è libero di fare ciò che vuole, mostrandoci in modo particolarmente distorto i suoi desideri. Come detto, però, l’Es non parla in modo chiaro e preciso, ma maschera il reale significato di ciò che vorrebbe dire tramite numerosi processi: ad esempio, può succedere di sognare una persona amata che si comporta in modo assurdo, come non farebbe mai nella realtà… semplicemente perché quella che stiamo sognando è una rappresentazione di qualcos’altro. In tempi più recenti, Reinsel e colleghi hanno avanzato una teoria sicuramente meno affascinante rispetto al “mostriciattolo” che vive dentro di noi e spunta fuori di notte, secondo cui i sogni sarebbero il risultato del firing neuronale casuale che avverrebbe durante la fase REM. Il cervello cercherebbe di rielaborare gli stimoli registrati durante il giorno, combinandoli all’interno di un contesto virtuale sicuro per la persona, in cui si possono commettere errori e riprovare (quasi) all’infinito, come una sorta di versione molto antica di un simulatore di realtà virtuale, per metterla in termini che tutti possiamo apprezzare. In questo il cervello non sarebbe molto differente dalla RAM (Random Access Memory) di un computer, prelevando ricordi in modo casuale e ricombinandoli cercando di formare una situazione dotata di senso, anche se spesso fallisce nel suo intento e ci ritroviamo nel nulla più assoluto.

dreamLinks-Awakening_610Se i sogni sono solo la rielaborazione non lineare di ciò che abbiamo vissuto durante il giorno, possiamo allora chiederci se noi videogiocatori facciamo sogni più bizzarri rispetto alle persone che non condividono la nostra passione, ed è la stessa domanda che si sono posti anche Gackenbach, Kuruvilla e Dopko alla Grant MacEwan University. Confrontando il contenuto dei sogni riportato da videogiocatori e non videogiocatori, i ricercatori hanno rilevato come il primo gruppo faccia sogni più ricchi e variegati, contenenti elementi “anomali” e fantasiosi. Una prima spiegazione è piuttosto facile: se durante il giorno ci immergiamo in mondi digitali pieni di alieni, mostri fantastici e sfide all’ultimo sangue per difendere il nostro onore o la nostra patria, il nostro cervello registrerà queste informazioni e cercherà di rielaborarle durante il sonno, integrandole nei nostri sogni. Non va poi sottovalutato il contributo che i videogiochi danno alla nostra creatività, potenziando una serie di connessioni neurali che la notte “sparano” all’impazzata, rendendo ancora più vividi e surreali i nostri processi onirici. I videogiocatori affrontano su base quotidiana scenari che possono risultare spaventosi o che presentano una sfida superiore alle proprie capacità (stiamo tutti pensando a quel boss finale che proprio non riuscivamo a sconfiggere, vero?), e questo processo faciliterebbe anche durante il sonno, dando agli amanti dei videogiochi una minore probabilità di fare incubi o comunque di sperimentare emozioni particolarmente negative durante la fase REM.

Insomma, ora che sappiamo che giocare ai videogame ci aiuta a sognare le cose più bizzarre e ci difende dai mostri, non ci resta che provare l’emozione dei sogni lucidi: siete pronti a svegliarvi al fianco di Link e combattere per salvare Hyrule?

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