GAME OVER! – Come perdere ai videogiochi può renderci persone migliori

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A partire dall’ambito educativo così come nel mondo del lavoro, la società contemporanea, competitiva fino allo stremo, è solita guardare al fallimento come a qualcosa di irreparabile, qualcosa da evitare a tutti i costi, come una vergogna dalla quale è difficile lavarsi. Questa visione catastrofica dell’eventualità non troppo remota di sbagliare è senza dubbio dannosa per la nostra salute mentale, e ci costringe a vivere in un continuo stato d’ansia da palcoscenico, in una perenne competizione con noi stessi nel timore di fare un singolo fatale passo falso.

Per fortuna, anche in questo caso, i videogiochi possono insegnarci qualcosa.

Nei videogiochi il fallimento è disegnato appositamente per non far arrabbiare il giocatore, ma per spingerlo invece a provare ancora e “fallire meglio: l’emozione data da un giro della morte ed una gloriosa derapata, seguiti da un’aggraziata caduta nel vuoto in Rainbow Road è qualcosa di indescrivibile, e su questo siamo tutti d’accordo.

Mentre nella realtà possiamo essere forzati ad inseguire obiettivi irraggiungibili, che possono solo sfociare in tristezza e frustrazione, nei giochi non esiste alcun livello che sia impossibile da superare (no, nemmeno Stormy Ascent). La speranza, anzi, la certezza che prima o poi saremo vittoriosi significa che un giorno le nostre abilità saranno sufficienti ad affrontare nemici sempre più tosti e situazioni sempre più difficili. È un processo di continua crescita fino al raggiungimento di un senso di sicurezza: in altre parole, vincere dopo aver perso innalza l’autostima. Se poi questo senso di controllo diventa uno stile di vita di fiducia nelle nostre capacità in qualsiasi situazione, abbiamo raggiunto uno stato di ottimismo. Persino un rage quit non ci impedisce a lungo di migliorarci: il giorno dopo saremo seduti al solito posto, cercando ancora una volta di battere quel maledetto boss. Il Game Over fa parte del gioco come il fallimento fa parte della vita: la chiave sta solo nel saperlo affrontare in modo costruttivo, imparando dal passato e guardando al futuro.

Ora, un’obiezione comune potrebbe essere quella di liquidare la questione trattando questa reazione positiva al fallimento come una “desensibilizzazione” nei confronti dell’errore. Questo rischio è ben noto a noi giocatori, non è null’altro che la famosa frase usata nei peggiori telegiornali quando un giovane compie un gesto particolarmente violento: “come se fosse in un videogioco”. Questa frase porta il cinquantenne borioso a ritenere come l’assenza di conseguenze nella vita reale ci porti ad una perdita di concezione della gravità di un gesto, perché nei giochi nessuno si fa male davvero, e si può sempre tornare al salvataggio precedente. Ed eppure, lo sappiamo, questa frase non potrebbe essere usata più a sproposito. Secondo il bellissimo articolo di HarrerExploring the Expressive Capacities of Videogames Beyond Death as Failure(2013), infatti, “perdere” non è sinonimo di “perdita”. C’è una differenza ben marcata tra la “morte da game over” e la “morte da trama”, come ci ricorda, purtroppo, Final Fantasy VII. Mentre possiamo ridere istericamente della nostra ennesima sconfitta contro un Behemoth, la morte di Aeris ha un impatto devastante sul giocatore; è una morte inaspettata, ingiusta, irreversibile. Lo slot grigio rimarrà nella squadra come perenne monito della perdita a livello emotivo e strategico, lasciando il nostro team sbilanciato e noi smarriti.


I videogiochi ci insegnano dunque a considerare il fallimento in modo diverso: non c’è ragione di disperarsi per un errore fortuito, casuale e rimediabile, che fa parte di un processo di crescita individuale e professionale, mentre rimane la responsabilità di un fallimento irreversibile. Il saper dare il giusto peso alle cose e riporre un’adeguata fiducia nelle nostre capacità, affrontando la vita come un gioco a livelli, può dunque rinforzarci, regalandoci una marcia in più.

Senza paura del Game Over.

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