Media vs. Internet: politically correct ed eserciti di indignati

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Molti di voi avranno letto di una polemica che mesi fa ha coinvolto Felix Kjellberg, aka Pewdiepie, 27enne possessore del canale Youtube con più iscritti al mondo, ben 57 milioni al momento in cui questo articolo viene scritto.

Nel febbraio di quest’anno Kjellberg ha postato un video riguardante il sito Fiverr, piattaforma su cui privati vendono prestazioni alla modica cifra di 5 dollari. Pewdiepie ha quindi richiesto al sito una serie di servizi “al limite”: tra gli altri, ha ordinato il disegno di un grafico a forma fallica ad un’esperta di statistica, ad un sosia di Gesù la lettura di un messaggio pubblicitario, e ad un gruppo di ragazzi la realizzazione di un cartello che recita “Morte a tutti gli ebrei”. Mentre alcuni venditori hanno rifiutato il servizio, la maggior parte ha invece accettato, compresi gli ultimi ragazzi, con grande shock dello youtuber.

In seguito alla pubblicazione di questo video, il giornale Wall Street Journal ha contattato Disney e Revelmode, partner commerciali di Kjellberg, intimandone il licenziamento e pubblicando vari articoli dal titolo inequivocabile: Pewdiepie è antisemita.

Secondo la psicologia della comunicazione, i media non solo registrano e trasmettono notizie, ma con l’obiettivo di tenere l’attenzione puntata su di loro scelgono le informazioni da tralasciare od accentuare, enfatizzando una certa rappresentazione della realtà piuttosto che un’altra e così costruendo la notiziabilità di un evento. Per il caso in questione, il WSJ ha puntato l’attenzione su una singola azione tralasciando le altre richieste al sito ed il senso globale del video (mostrare l’enorme peso che hanno 5 dollari sull’etica di qualcuno), ed ha sottolineato i lauti guadagni mensili del giovane non accennando al fatto che solo due mesi prima avesse raccolto in un singolo giorno 1 milione e 300 mila dollari di donazioni per (RED), l’associazione benefica di Bono Vox per la lotta contro l’AIDS.

Queste caratteristiche dei media sono poi amplificate dal clickbait: l’utilizzo di titoliaccattivanti e sensazionalisti che incitano a cliccare link (…) facendo leva sull’aspetto emozionale di chi vi accede” (da Wikipedia). Nell’era di Internet molti quotidiani ne sono caduti preda, preferendo al servizio di informazione il tamponamento delle perdite economiche derivate dalla diminuzione delle vendite del cartaceo, con conseguenze potenzialmente devastanti. In questo caso il rischio di far finire una carriera, se non con i fatti, con lo stesso clamore mediatico da loro sollevato.

Se quella citata rappresenta una condizione straordinaria, Pewdiepie si è recentemente ritrovato in una situazione molto più comune, ma che ha comunque suscitato polemica: l’aver usato un “insulto razziale” contro un suo amico durante un livestream di Player Unknown’s BattleGrounds. Chi gioca online (ma anche a Risiko con gli amici) non è estraneo a situazioni simili, tuttavia l’indignazione da parte dei media tradizionali anche in questa occasione pone una grossa questione che riguarda non solo gli youtubers ma anche quasi tutti i fruitori di internet: dagli angoli di Reddit (citiamo la 50/50 challenge in cui si sfida la sorte cliccando su un link che può portare ad un video molto tenero o molto violento) fino all’infinito elenco di meme politici, sono molti i contenuti con cui entriamo in contatto quotidianamente che non sono proprio politically correct. Usiamo come esempio l’assassinio politico del diplomatico russo Andrey Karlov ad opera di un membro della sicurezza turco, avvenuto nel dicembre 2016. Nell’immagine che vedete a fianco, la fotografia vincitrice del premio World Press che ritrae l’assassino è stata modificata da un anonimo utente con l’aggiunta della frase umoristica “ho detto di non toccare i quadri!”. Qui, in questo contesto, non si sta denigrando la morte di qualcuno, ma si sta prendendo in giro un terrorista arrabbiato e armato, trasformandolo in una barzelletta. Nel 1914 un assassinio politico scatena una guerra globale, nel 2016 un assassinio politico diventa istantaneamente un’immagine virale, in un novello “fate i meme non fate la guerra”. Date le premesse, sarebbe difficile spiegare questa versione ai media tradizionali, che avidi di letture ed affamati della rabbia dell’indignato comune griderebbero alla “desensibilizzazione”, alla perdita di valori, alla “preoccupante violenza” che dilaga tra i giovani.

Se da un lato ci si chiede perché le Internet personalities non godano degli stessi diritti di protezione artistica di cui godono comici e rapper in fatto di satira e proteste, dall’altro ci si chiede se, poiché non vengono considerate persone di spettacolo ma uomini comuni, tutti noi saremmo ritenuti responsabili di ciò che troviamo divertente o di ciò che diciamo in rete, indipendentemente da a chi sia rivolto ed in che occasione.

Così una tendenza lodevole di protezione delle minoranze sta rischiando di diventare una caccia alle streghe, una mitragliatrice a tappeto in cui no, il contesto non conta più, e saremmo tutti colpevoli se i media sapessero chi siamo, cosa abbiamo da perdere, e cosa abbiamo salvato sul telefono.

Attenzione dunque a quello che leggete: potreste assistere ad una drammatizzazione della realtà che diventa palcoscenico, una fabbricazione di notizie insaporite dell’arte retorica grazie a cui i media “hanno un impatto su come le persone percepiscono la realtà” (parole dello stesso Kjellberg), nutrendo e nutrendosi della rabbia dell’uomo comune che sente il bisogno di avere ragione aggrappandosi ad un titolo di giornale. Una lotta tra media che parlano lingue diverse, tra generazioni diverse, fino ad arrivare a situazioni kafkiane come la notizia che trovate qui sotto.

<L’account twitter dello Youtuber “I Hate Everything” è stato sospeso permanentemente per “minacce violente” dopo che aveva twittato al suo stesso fratello “ucciderò tutta la tua famiglia”>

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