Persi nel limbo della memoria: Lost Sphear

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La memoria umana è un potente, quanto fallace, strumento. Riusciamo a memorizzare enormi moli di informazioni, ma, allo stesso tempo, tante altre finiscono per perdersi in un limbo da cui difficilmente verranno fuori. Un meccanismo che, in maniera particolarmente creativa, è stato sfruttato in un videogame dal gusto retrò: Lost Sphear.

Il gioco, frutto del lavoro della software house Tokyo RPG Factory, già famosa per lavori come I am Setsuna, è stato pubblicato per PlayStation 4 e Nintendo Switch dalla Square-Enix nel gennaio del 2018 e prende le forme di un jrpg (sigla usata per denominare i giochi di ruolo creati in Giappone e dalle dinamiche fortemente orientali). Qui vestiremo i panni di Kanata, un vivace orfano del villaggio di Elgarthe dove, insieme agli amici d’infanzia Lumina e Locke, passeremo le nostre giornate ad aiutare e difendere gli abitanti dai mostri delle zone limitrofe. Sarà sulla strada di ritorno da una di queste commissioni che i nostri protagonisti noteranno una strana nebbia bianca avvolgere le loro case ed i loro cari, impedendogli di interagire con loro in alcun modo. In preda alla disperazione, cercheranno un luogo sicuro dove capire cosa stia succedendo e come salvare tutti. Sarà qui che il nostro protagonista farà un sogno piuttosto particolare, in cui un uomo lo esorterà ad usare il potere che giace dentro di lui: il potere di restaurare ciò che è perduto grazie alle memorie dei luoghi e delle persone che incontreremo nei nostri viaggi.

Una dinamica che, per certi versi, ci ricorda quella del morbo di Alzheimer. La malattia, registrata per la prima volta come tale nel 1910, colpisce solitamente soggetti in età avanzata, anche se sono documentati casi di esordi precoci, e risulta inizialmente asintomatica, con dei primi indicatori piuttosto subdoli che possono passare inosservati: lievi compromissioni della coordinazione muscolare, difficoltà nell’apprendimento, nella pianificazione e di attenzione. Questi, nel decorso, tenderanno ad accentuarsi fino ad essere dei veri e propri sintomi e a sommarsi a nuovi, come il decadimento delle capacità di dialogo (afasia) e scrittura e, ben più importanti ai fini diagnostici, serie compromissioni della memoria e disorientamento spazio-temporale. I pazienti nelle fasi più avanzate risultano, infatti, incapaci di riconoscere persone o luoghi, associandoli magari a frammenti di vita passata, decontestualizzata. Sono persi in un mondo vuoto che non riescono a riconoscere, in delle memorie che non riescono più a fare proprie, se non in rari casi di lucidità. Per quanto siano stati fatti dei passi da gigante nella ricerca di questo disturbo, poche sono ancora le conoscenze che lo riguardano. Attualmente, sembra che la malattia, di cui si dibatte se sia di natura genetica o meno, derivi dal deposito di beta-amiloide tra i tessuti neuronali, una sostanza che funge da collante finendo per inglobare sotto forma di placche (chiamate placche amiloidi) i nervi ed i grovigli neurofibrillari, insieme ad una diminuita produzione di acetilcolina, neurotrasmettitore dedito alla comunicazione tra neuroni. Entrambi questi fattori inducono una progressiva atrofizzazione delle zone sottocorticali dell’ippocampo, incapace di comunicare con il resto del cervello e quindi di immagazzinare o rievocare informazioni. Processo, sfortunatamente, non reversibile e per cui, attualmente, non vi è una cura risolutiva, quanto solo terapie farmacologiche che rimandino il definitivo deterioramento e psicologiche come quella di Orientamento della Realtà, che si prefigge di rafforzare il coordinamento spazio-temporale del soggetto ed il suo funzionamento sociale, tramite la reiterazione della memoria autobiografica e a breve termine. Una particolare menzione va anche alle vittime secondarie di tale patologia, come familiari e amici. Questi sono infatti costretti ad assistere in misura sempre maggiore il soggetto, per via della sua perdita delle capacità di autogestione. Sono costretti a guardare un loro caro svanire giorno dopo giorno, con conseguenze psicologiche devastanti che possono anche portare a veri e propri vissuti depressivi. Importante, in questi casi, è che i caregiver restino uniti, facendosi forza tra di loro senza che la responsabilità cada solo su una persona.

Esattamente come, in Lost Sphear, accade a Kanata, unico al mondo capace di risolvere la situazione. Egli sarà incaricato dall’impero di Gigante di racimolare le memorie necessarie a risvegliare ciò che è perduto. Per farlo, tuttavia, potrà contare non solo sui suoi amici di infanzia, ma anche su misteriosi compagni che lo aiuteranno e supporteranno in questa avventura e su una tecnologia che sembrava perduta da tempo: le Vulcosuit. Caratteristica particolare di questo gioco sarà infatti la possibilità di poter far indossare ai nostri protagonisti, durante i classici scontri a turni, queste tute robotiche capaci di incanalare le loro capacità ed amplificarle, nonché a collaborare tra di loro per delle combo letali.
Una delle pecche di questo titolo, tuttavia, sarà la mancata localizzazione linguistica dell’italiano: potremo, infatti, scegliere solo tra giapponese, inglese, francese e tedesco, cosa che potrà far storcere il naso a chi mastica un po’ meno le lingue ma che nulla toglie al valore artistico del gioco in sè. Ad accompagnarci in questo viaggio sotto la fredda luce della luna, saranno una particolare grafica volutamente retrò ed una colonna sonora dall’evocativo sapore malinconico. Un gioco che ci trarrà in inganno, facendoci pensare ad una trama lineare di cui già prevediamo i risvolti, ma che, di punto in bianco, demolirà le nostre previsioni, facendoci ricredere su tutto ciò che credevamo fosse giusto. Un gioco che rimetterà in discussione le nostre scelte e che ci chiederà di scavare a fondo nel passato di questo mondo che rischia di sbiadire sotto il silente sguardo della luna.

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