ESPORT: NON È UNA QUESTIONE DI GENERE

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Nel ormai lontano 2001 iniziai a giocare online su piattaforma Xbox e solo nel 2016 entrai nel team e-Sportivo TeS Furies capitanato da Michela “Banshee” Sizzi per competere sul titolo Call Of Duty Black Ops 3. Un’avventura intensa e profonda che ci ha portato ad ottenere il titolo di campionesse italiane di BO3. Un’esperienza che è rimasta tale, breve se pur intensa che non ha mai trovato una sua dimensione puramente lavorativa, ad eccetto di qualche remunerazione come vincita dei tornei.

In questo panorama non ho potuto non notare come la figura della donna debba trovare ancora riscatto, nel senso di essere considerata capace al pari di qualsiasi altro giocatore: infatti il genere femminile si trova in conflitto tra l’apparire – qualità superflua nel settore ma che diventa spesso oggetto di discussione – al sentirsi giudicate inferiori ai giocatori maschili solo per l’appartenenza di genere.

Già prima di questa esperienza avevo toccato con mano esperienze di discriminazione di genere, che vanno dalla più grave misoginia con tanto di offese che è meglio qui tralasciare alle più velate posizioni gerarchiche in cui tu, donna, devi dimostrare di poter essere trattata al pari degli altri giocatori.

 

Donne negli esport

Le donne negli eSports ci sono, e sono tante. E’ un numero che non è possibile stimare con certezza ma è certo che sia in crescita. Grazie alla loro presenza sono nate le competizioni femminili. Secondo uno studio dell’associazione FanAi, il titolo più seguito e giocato dalle donne è Overwatch mentre, per quanto riguarda i giochi sportivi la percentuale è inferiore all’8%.

Nonostante il numero notevole e in crescita delle giocatrici professioniste di genere femminile, c’è assolutamente da notare che vi è ancora una discrepanza in proporzione col genere maschile. Questo ci fa riflettere sulle motivazioni alla base, poiché la questione culturale e l’imposizione di ruoli di genere è – se pur meno forte rispetto al passato – ancora presente. Non molto di recente mi sono sentita dire, da un player qualsiasi in game di lasciar perdere con i videogiochi” per pensare a cose da donne.

Quando la giocatrice coreana Kim Geguri Se-yeon firmò il contratto per entrare negli Shanghai Dragons per giocare la Overwatch League, si vide discutere la sua appartenenza genere anziché delle sue abilità che, mi ripeto ulteriormente, dovrebbero essere l’unico criterio di valutazione di un giocatore.

In foto con il mio team il 26/09/2016 TeS Furies

 

Team femminili

Le donne – così nel lavoro come negli esports – vengono spesso considerate delle quote rose, la cui inclusione viene dettata dall’alto e non da una obiettiva valutazione delle competenze. Spesso capita che la figura femminile venga definita l’anello debole del team, spesso legata a ruoli di supporto onde evitare che possa creare danno. Infatti, capita non di rado che nei tornei competitivi le giocatrici trovino spazio in team misti con un ruolo di supporto o difficilmente in prima linea. Altre volte, per poter competere senza sentirsi discriminate, vengono creati team puramente femminili e tornei di genere a parte.

Sicuramente la creazione di team di genere permette una miglior espressione del proprio potenziale senza sentire discriminazioni ingiustificate ma, allo stesso tempo, comporta un minor confronto con la realtà maschile – con più esperienza alle spalle – causando la reiterazione di quello stesso che invece si vorrebbe combattere. In sintesi rimane un palliativo che non va a curare la situazione.

 

Quanto guadagnano?

Come in altri tipi di carriera – ma non tutti eh – c’è una grande disparità di genere in termine di retribuzione. OnBuy, un sito online britannico che si occupa di mercato, ha scovato che fra i primi 300 giocatori esports in classifica che hanno guadagnato di più nella loro carriera non compare una giocatrice femminile. La prima donna è Sasha “Scarlett” Hostyn in posizione 329 con un guadagno di 333,456 dollari, seguita da Katherine “Mystik” Gunn con 122.000 dollari.

Il dato per me più raccapricciante è che le vincite delle prime 400 donne, che ammonta a 3.030.000 dollari, non arrivano nemmeno alla metà del guadagno di un solo giocatore professionista di genere maschile. Ci verrà naturalmente spontaneo pensare che nell’eSport contano i risultati, proprio alla luce della sua – ipotetica – meritocrazia, ci viene da pensare che le donne allora non “si meritano altro”.
Può essere vero come no, infatti i dati non vogliono comunicare che vi sia un complotto per cui il salario viene minimizzato in base al genere d’appartenenza. Quanto meno voglio sperarlo. Ma comunicano una semplice realtà: anche in questo settore vi è un gap in termini di salario e ritengo sia necessario indagarne le motivazioni, dovuto sicuramente dalla minor presenza femminile nel settore – sia come player che come altre figure intorno al panorama.

 

Ancora oggi, nel panorama degli sport tradizionali, c’è chi ritiene che esistano sport maschili e femminili, per cui ragazze che tentano di avvicinarsi ad alcune discipline riconosciute dal senso comune come da “maschiaccio” si sentano scoraggiate. Per questo non mi stupisce che sia ancora presente una qualche discriminazione nel mondo videoludico in cui, differentemente da uno sport tradizionale, non vi sono differenze di genere nelle prestazioni.

Un piccolo punto di partenza, ancora oggi molto lontano, sarebbe riunire tutti gli  appassionati e professionisti nella categoria di gamer.

 

Concludo con una citazione di Josefa Idem, in prefazione al libro Cinquepalmi

 

Fino a quando le donne saranno tenute ai margini dei processi decisionali e politici in materia di sport, sarà impossibile veicolare un nuova immagine in cui sono protagoniste”.

 

 

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