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Datore di lavoro: “… e che esperienze ha avuto in questi anni?”

Me del futuro: “ ho giocato a Call of Duty MWII per 4 anni, Noscope, Quickscope e in più sono riuscito a portare un Magikarp al livello 100 su Pokémon Rosso, senza farlo mai evolvere”.

Datore di lavoro: “Lei è assunto”.

 

 

Questa conversazione, fino a qualche anno fa, sarebbe stata anacronistica e a tratti comica, e penso che ancora attualmente vi siano delle riserve, per i non-addetti ai lavori, sulle possibilità formative che i giochi elettronici posso fornire ai videogiocatori (di cui ti ho parlato in questo mio articolo).

Infatti sta sempre più prendendo piede la visione dei videogiochi come ambiente di formazione, di sviluppo delle cosiddette “soft skills”, ovvero quelle caratteristiche personali importanti in qualsiasi contesto lavorativo che influenzando il modo in cui le persone fanno fronte alle richieste quotidiane dell’ambiente lavorativo. Queste competenze trasversali, quali capacità decisionale ad esempio, oppure intelligenza emotiva, resilienza, tolleranza alla frustrazione, diventano sempre più importanti in un modo di lavoro ormai definito come “Liquido”, rifacendosi così alla definizione di “società liquida” del sociologo Zygmunt Bauman. Il lavoro liquido è così definibile come personalizzabile, spesso e volentieri autonomo, di facile mutamento, e declinabile.

I videogiocatori di MMO (massively multiplayer online) ad esempio, sviluppano spreadsheet online, per cercare di approfittare dei sistemi per poter lavorare sui margini, molto simili a modelli di profitti e perdite fatti nelle aziende di analisi economiche.

Videogiochi come League of Legends, Overwatch in cui è importante la collaborazione, aiutano a sviluppare tutte quelle abilità, tipiche del team building, per cui si predilige un gioco di squadra per raggiungere un obbiettivo comune.

Ryan Gardner, dirigente della società Hays, specializzata nella ricerca del personale, afferma che “ […] ci sono molte competenze relazioni che i giocatori possono utilizzare in un contesto di lavoro, dal gioco di squadra, al problem solving, alla pianificazione strategica”. Infatti sempre più aziende utilizzano il videogioco come mezzo di reclutamento o di assunzione. Basti vedere che un portavoce della Royal Air Force, interpellato dalla BBC, ha affermato che abilità come l’assimilazione di informazioni, il mantenimento della calma, la rapidità nella coordinazione, siano caratteristiche facilmente riscontrabili nei videogiocatori.

La Game Academy, startup londinese, ha elaborato una statistica in cui compara i risultati professionali e i risultati nei singoli videogiochi, osservando come vi siano delle correlazioni ad esempio tra chi è competente in videogiochi come Portal o in Defense Grid, e le abilità in campo lavorativo nel settore tecnologico o informatico.

Mentre il mondo del lavoro si sta esprimendo abbastanza chiaramente sulle potenzialità dei videogiochi in ambito lavorativo, sembrerebbero esserci delle riserve ancora da alcuni detrattori. L’esempio più lampante è l’eurodeputato, ex ministro, Carlo Calenda, che in due tweet risalenti al 3 novembre 2018 scrive: “Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano”; “Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale. Così si rifondano le democrazie”. Molto spesso, questa, come la posizione dell’onorevole Ilaria Capua, ormai risalente al 2014, in cui esponeva che i videogiochi “istigassero alla delinquenza”, appaiono sempre più anacronistiche di fronte a un mondo, soprattutto lavorativo, che accoglie i videogiochi come un bene e come una fonte di sviluppo personale e interpersonale.

Importante è la posizione della head-hunter Joelle Gallesi che afferma che “ […] nella sezione hobby del proprio curriculum vitae è bene iniziare a sostituire il fai-da-te con i videogiochi. […] i giochi rendono capaci di adattarsi a sollecitazioni differenti e di farlo con risposte che devono essere immediate […] e questo è l’oro che cercano le aziende. Oltre che l’attitudine digitale che da sé con il mezzo stesso”.

Nell’era digitale, le aziende cercano qualcosa di più delle tradizionali hard e soft skills che sono ormai standardizzate tra tutti i vari candidati. Dimostrare di avere delle passioni e che tali passioni possano essere fonte di autoformazione è la sfida del nuovo mondo lavorativo, aiutando la persona a distinguersi dalla massa.

Per quanto mi riguarda, l’obbiettivo sarà raggiunto solo quando potrò scrivere, a fianco delle mie esperienze lavorative, “ha passato più di 200 ore su Skyrim, morendo solo una volta, perché mi sono buscato una freccia nel ginocchio”.

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