Sindrome di Lavandonia? Arriva anche l’effetto Porygon!

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Quante volte da piccoli, mentre si guardava la televisione, si restava attoniti alla visione di pubblicità o dei propri cartoni animati preferiti? Le melodie e le immagini erano travolgenti e diventavano anche un vanto tra gli amici, su chi sapeva o riconosceva alcuni personaggi o brani alla tv. Una delle serie anime più fortunate e viste nei primi anni del 2000 è sicuramente Pokémon (insomma, chi non ha mai visto per caso un Pokémon bazzicare sullo schermo della tv o della console?). Tuttavia l’anime, dopo un successo mondiale, è arrivata sugli schermi italiani qualche anno più tardi rispetto al Giappone o gli USA. La serie originaria ha subito qualche censura… Una di queste è legata a un evento che ha coinvolto l’intero Giappone generando non pochi problemi, soprattutto a chi, come noi da piccoli, rimaneva incollato alla tv a vedere il proprio cartone animato preferito.

Questo incidente è stato definito dalla stampa giapponese come “Pokémon Shock” ( Pokémon Shokku ) che si riferisce alla messa in onda del 38° episodio della prima serie di Pokemon dal titolo “Electric Soldier Porygon”.

L’episodio citato, racconta una delle tante avventure di Ash, insieme ai suoi compagni di viaggio. I protagonisti scoprono che il sistema utilizzato per trasferire i Pokémon da un Centro Pokémon all’altro non funzionava correttamente.  La causa del malfunzionamento è il rapimento, da parte del Team Rocket, di un Porygon (Insieme a Mewtwo è il secondo Pokemon creato dall’uomo), capace di navigare nello cyberspazio e poter attirare a sé tutte le Pokéball presenti nel sistema di trasferimento. Per intervenire, i giovani allenatori in compagnia dell’inseparabile Pikachu, vengono spediti nello spazio telematico, con un altro Porygon, per scongiurare l’ennesima minaccia della banda Rocket e contrastare il sistema antivirus mandato per sventare l’attacco informatico.  Ma come sempre, l’episodio si conclude nel migliore dei modi: Pikachu usa la mossa “fulmine” sul programma, che colpisce i “missili antivirus”, che provoca un’esplosione dai colori blu e rosso, il Team Rocket viene lanciato alla “velocità della luce” fuori dallo cyberspazio e tutto torna alla normalità.

La trasmissione dell’episodio, avvenuta nel dicembre del 1997 intorno le 7 di sera, aveva come sempre ottenuto un altro range di spettatori, circa 4,6 milioni di famiglie in tutto il Giappone. Ma circa 20 minuti dopo la visione dell’episodio, alcuni spettatori hanno presentato alcuni preoccupanti sintomi: nausea, cefalea, sensazione di vertigini, visione offuscata e nei peggiori dei casi, cecità momentanea, perdita di coscienza e convulsioni. I dati di quel giorno, da parte dell’agenzia giapponese per la difesa antincendio, ha riferito che circa 685 spettatori sono stati portati negli ospedali in ambulanza. Sebbene molte vittime stavano meglio, recuperando coscienza già durante il viaggio in ambulanza, oltre 150 persone sono state ricoverate negli ospedali tra i quali due di loro, sono rimaste ricoverati in ospedale per più di due settimane. Anche se solo ad una piccola parte dei 685 bambini è stata valutata una possibile diagnosi di epilessia fotosensibile, l’evento ha gettato non poche basi di dibattiti scientifici.

Spesso si cita che la presenza di convulsioni avvenute quella sera del 16 dicembre del 1997, è una correlazione erronea all’epilessia.  L’epilessia è un’alterazione della funzione neurologica causata dall’eccessiva scarica neuronale nel cervello, una condizione di convulsioni ricorrenti e non provocate. Vi è una differenza tra un attacco epilettico ed attacco causato da un innesco neuronale, ossia per un evento non epilettico, in quanto esso non è uno stato cronico. Infatti, citando alcuni dei primi studi di Hauser e Hersdorffer quando si parla dell’epilessia. Occorre anche citare la “Sindrome da epilessia“, cioè un insieme di caratteristiche cliniche che si verificano costantemente, dove i fattori scatenanti sono associati alla componente genetica, alla storia naturale, alla prognosi e/o alla risposta ai farmaci antiepilettici. Infatti il termine aspecifico “disturbo convulsivo” dovrebbe essere evitato.

I dati raccolti quella sera e successivi al “Pokemon Shock” ha rilevato che nessuno delle vittime ha evidenziato delle problematiche relative alla presenza di convulsioni. Inoltre durante il ricovero ospedaliero, molti dei sintomi erano più accostabili ad uno stato di nevrosi di massa che ad un attacco epilettico. Radford e Bartholomew, nel 2001 hanno condotto un’indagine su 103 pazienti coinvolti durante la visione dell’episodio incriminato, dove fu rilevato che dopo tre anni dall’evento non vi erano stati ulteriori convulsioni. A conclusione si ritiene che le luci lampeggianti, scatenati dall’attacco “fulmine” di Pikachu, abbiano scatenato delle convulsioni fotosensibili, provocando delle alterazioni dello stato coscienza.

Tuttavia gli effetti collaterali del “Pokemon Shock” fu soprattutto dal punto di vista mediatico: il primo attacco indiretto fu da parte dell’America, che smentì sul web e sui giornali gli effetti delle convulsioni sugli schermi nazionali, in quanto loro non trasmettevano gli anime in modalità così “frenetiche”. Inoltre il “Pokémon Shock” ha gettato nello scompiglio l’intera gestione aziendale della Nintendo, le loro azioni si abbassarono oltre il 5%, calando vertiginosamente nei giorni successivi. Il precedente presidente della Nintendo, Hiroshi Yamauchi, dichiarò in una conferenza stampa, il giorno dopo la trasmissione dell’episodio, che né la Nintendo né la Game Freak era responsabile dell’incidente, poiché il gioco “Pokémon” per il Game Boy era in bianco e nero. Ciò non ha fermato il fenomeno mediatico creatosi: la Tokyo Tv chiese scusa in diretta nazionale, la National Police Agency giapponese avviò un’inchiesta sui produttori dell’anime, sulla preparazione dei contenuti dello spettacolo e sul loro lavoro di produzione nell’anime; infine molti negozi in tutto il Giappone, dai rivenditori di videocassette a quelli di giocattoli, tolsero ogni prodotto Pokémon dallo scaffale.

La situazione fu prontamente colmata grazie ad una pausa di circa 4 mesi, dove furono prontamente modificati i criteri visivi dell’anime, modificando la saturazione visiva, privilegiando la desaturazione e l’uso del colore nero, ritornando a riottenere l’agognato successo tra gli spettatori.

Tuttavia l’impatto culturale del Pokemon Shock fu esorbitante, l’evento fu oggetto di satira in un episodio de The SimpsonTrenta minuti su Tokyo (Maggio 1999), così anche in un episodio di South ParkChinpokomon” che indica appunto una versione alternativa ai Pokémon.

Ad oggi “Pokemon Shock” è conosciuto anche con la denominazione “Sindrome di Porygon”, per richiamare alla mente un’altra nota vicenda, proveniente dalle cartucce Game Boy di Pokémon: la Sindrome di Lavandonia”.

Eppure vi sono alcuni interrogativi sulle modalità di visione che molti degli spettatori adottavano mentre guardavano molti anime, tra cui appunto Pokémon: l’illuminazione della stanza dove si trovava la tv, la presenza di qualcuno durante la visione, il volume e la vicinanza allo schermo. Tali fattori sono fondamentali per comprendere al meglio la presenza dei sintomi presentati e dei possibili fattori che hanno portato a ridurre l’eccitazione visiva della fortunata serie anime.

Oggi, con le attuali risorse tecnologiche, può accadere un evento simile che potrebbe generare lo stesso scalpore? A chi potrebbe essere data la colpa di tutto? All’alta frequenza di stimoli visivi e sonori degli apparecchi o alla gestione inadeguata dei dispositivi tecnologici? Occorre pensare ad una maggiore consapevolezza sui contenuti da parte dei creatori di materiale di intrattenimento o ad una maggiore gestione dei fattori che facilitano la sicurezza psicofisica?

Nonostante tutto, però i produttori di quello sfortunato episodio sono passati alla storia: nel 2008, la Gamer Edition del Guiness World Record attribuì ad ”Elettric Soldier Porygon” il record di maggiori crisi epilettiche provocate da un programma televisivo. Insomma un bel riconoscimento…Ma magari meglio non inserirlo nel curriculum.  

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