Joker – Il fascino della devianza

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So cosa ti stai chiedendo: perché parlare di cinema sul blog di psicologia dei videogiochi? Effettivamente hai ragione, la mia è stata una scelta inconsueta. Tuttavia visto il tema trattato dal cinecomics che sta facendo incetta di spettatori nei vari cinema mondiali, sarebbe stato un peccato non parlarne non trovi? Anche perchè Joker, prima di essere un film, è un trattato di psicopatologia, dunque perfettamente in linea con i temi trattati dal nostro portale. L’unica differenza è che questa volta, invece di parlare di un personaggio dei videogiochi, tratteremo uno degli antagonisti più famosi di sempre. In particolare, ci soffermeremo su cinque aspetti psicologici della personalità deviata del nostro Arthur. 

Attenzione, il presente articolo contiene degli SPOILER.

LA SOLITUDINE DEGLI ULTIMI

Il primo tratto che voglio analizzare è quello della solitudine. Lo so, abitualmente si parla della solitudine dei numeri primi, qui invece ho voluto porre l’attenzione sugli ultimi, o meglio sull’ultimo. Sì, perché il nostro Joker, o come lo conosciamo all’inizi del film Arthur, colpisce proprio per questo tratto distintivo. Un pover uomo, afflitto da turbe psicologiche, masticato da una società che lo umilia e lo ripudia a più riprese e che lo incastra in una routine miserabile. Ricapitoliamo, parliamo di un soggetto che svolge un lavoro umile (il clown) e socialmente poco rispettato, che vive con una madre malata, senza alcun legame affettivo al di fuori di quelli lavorativi. Insomma, di fattori di stress ne abbiamo diversi. A tenerlo vivo è un sogno, quello di sfondare come comico, che però, per le scarse abilità di intrattenimento del protagonista, sembra subito irrealizzabile. La cosa più buffa è pensare che proprio in questa miseria Arthur riuscisse comunque a mantenere un fragile equilibrio. 

Tuttavia egli avverte tale vuoto, lo fa presente più volte. Parlando con l’assistente sociale che lo segue le dirà “lei non mi sta ascoltando, non lo fa mai”. La realtà è che nessuno ascolta i pensieri del protagonista, troppo strano per poter essere considerato una persona prima di un pagliaccio, di un caso sociale o di un emarginato. Ed è per questo, che nel suo triste ruolo di ultimo gradino della scala sociale, Arthur è solo. 

Chiaramente, sentirsi soli non è un tratto psicopatologico, in questo caso però prepara il terreno per lo sviluppo di una delle personalità più deviate dei fumetti.

RIDERE PER NON PIANGERE

Se la solitudine fa da cornice al nostro sfortunato protagonista, la peculiarità che più di tutte mi ha colpito è la sua patologica risata. Si chiama Pseudobulbar Affect e, per chi si fosse posto la domanda, è un disturbo che esiste davvero. Esso comprende reazioni emotive, di pianto o di riso, in contesti inappropriati e viene generato da danni neurologici che possono incorrere ad eventi traumatici come ad esempio un incidente. Nel film tuttavia vediamo di più, vediamo un dogma ripetuto alla nausea dal protagonista, interiorizzato da insegnamenti materni forse volti a nascondere dolore e abusi: “mia madre mi diceva sempre di sorridere e mettere una faccia felice”. Come se la felicità si potesse indossare, come se rinominare il proprio figlio Happy potesse cancellare la vergogna di una vita fallimentare, dove il primo di questi è quello materno. E allora ecco la comparsa del disturbo, quasi una somatizzazione della tristezza, che viene prontamente mascherata da una risata tanto sforzata quanto inquietante. Insomma, quando si dice ridere per non piangere. Questa stessa risata, diventerà poi uno dei tratti più caratteristici del celebre pagliaccio. 

INCAPACITÀ DI ESTERNARE

Quante volte, nel film, avresti voluto completare la difesa di Arthur? Quante volte è stato vittima di soprusi senza argomentare adeguatamente? Ne cito alcune: sul licenziamento, quando gli intimano di restituire un cartello che gli è stato spaccato in faccia. Lui abbozza una timida difesa e poi nulla, si fa silurare e basta. Quando viene aggredito, in metropolitana, sia durante l’aggressione che dopo, avrebbe potuto provare a spiegare l’incidente e invece nulla. Anche quando lo interrogano i poliziotti chiedendogli il motivo del licenziamento preferisce sviare (vuoi per evitare guai peggiori). 

La realtà dei fatti è che Arthur fatica ad esternare i propri vissuti e le proprie motivazioni, come se non riuscisse a contrapporre il proprio sé al fiume in piena che è la realtà. Con la madre fatica ad avere un discorso, con i colleghi non riesce a parlare, l’unica persona con cui tenta di farlo è l’assistente sociale, che tuttavia è ben poco interessata al suo vissuto. 

Ecco che allora Arthur tiene dentro, tutto. E quando questo insieme di emozioni, principalmente negativo emerge, lo fa con una potenza tale da esplodere in atti violenti, sopraffazioni che portano alla morte delle cause di frustrazione. 

L'ILLUSIONE DI VICINANZA

In questa epopea della tristezza, ad un certo punto, sembra di scorgere un timido raggio di sole. È la vicina di casa di Arthur a portarcelo, mostrando un certo interesse verso il personaggio. Giovane, carina e alla mano, molti si saranno chiesti “come può trovarlo interessante?” Eppure, nel procedere della vicenda Arthur sempre quasi averci convinti che, per qualche malsana ragione, lei abbia deciso di concedergli un briciolo di affetto. E invece. Dopo l’omicidio della madre, Arthur entra nella casa di lei, la quale in poche battute ci fa capire che di lui non sa nulla e che anzi, tutto quello che abbiamo visto fin’ora era pura e semplice immaginazione. Allucinazioni, false percezioni, un inganno creato dalla mente di Arthur per allontanarsi dalla grande solitudine. Allucinazioni che però il protagonista non sembra distinguere dalla realtà.

UCCIDERE SENZA RIMORSO E CON GUSTO

Arriviamo al punto di svolta del film: il primo omicidio. A metà, circa della vicenda Arthur diviene vittima di una vera e propria aggressione (la seconda) con annesso pestaggio a sangue. In breve, il nostro malcapitato come di suo solito si trova nel momento sbagliato al posto sbagliato insieme a tre sbruffoni, che notandolo diverso decidono di pestarlo. Tutto lineare, se non fosse che questa volta Arthur ha una pistola. Diciamo che, diritto alla mano, il primo colpo sparato poteva essere considerato legittima difesa. Senza interrogarsi su se il nostro sfortunato amico avesse o meno il porto d’armi. La condotta deviante emerge quando questi si trasforma da vittima a predatore, inseguendo il superstite per l’intera metropolitana per freddarlo. E poi? Arriva il rimorso? No. Prima c’è la paura, seguita prima da una fuga e poi da un’inquietante balletto, quasi a voler chiudere l’atto primo, intitolato le origini di un mostro. Il rimorso non si presenta neanche dopo anzi, viene sostituito da uno strano gusto per l’uccisione, che verrà riproposte almeno altre tre volte durante il film (la mamma, il suo ex collega e il presentatore). È lo stesso Arthur, ormai in procinto di diventare Joker ad ammetterlo: “pensavo che avrei avuto rimorso e invece niente”. Qui l’omicidio diventa una prassi, o come si usa in gergo tecnico un modus operandi: rabbia – esplosione – omicidio.

ORIGINI ADEGUATE PER JOKER?

A mio parere sì. Joaquin Phoenix è riuscito, con la sua interpretazione, a raccontarci il disagio che può aver generato uno dei villan più peculiari di sempre, dando senso ai tratti più ricorrenti della sua personalità.

Manca forse l’aspetto della genialità: il Joker di Batman mi è sempre parso lucido nella sua follia: sapeva benissimo cosa ottenere, come e manipolando chi. Qui questo aspetto manca, insomma nessuno avrebbe dato del genio ad Arthur. Però, per quanto riguarda la psicopatologia, direi che la linea è perfettamente coerente con il profilo criminale. 

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