Come ormai è noto, il film sulla nascita del Joker interpretato da Joaquin Phoenix ha suscitato un grande interesse anche nel mondo della psicologia, stimolando i più a recensirlo e a trattarne gli aspetti più realistici caratteristici della vita psichica di qualcuno che ha davvero sofferto. Non tratterò di Joker, ma di una rappresentazione della sofferenza in versione survival nata dalle sapienti mani di Creepy Jar, un marchio indipendente che ha generato lo sbalorditivo Green Hell.
Green Hell è un gioco di sopravvivenza lanciato a novembre 2018 in early access su Steam per poi arrivare alla versione completa 1.0 nell’autunno 2019. Uno sviluppo che può sembrare lungo, ma per quel che offre l’attesa è valsa assolutamente la pena.
Indubbiamente il gioco si presenta graficamente eccelso, tecnicamente ottimo per essere un indie, e offre un gameplay mai visto nel genere survival. Per esempio, sono da considerare anche i valori nutritivi quali carboidrati, liquidi, proteine e grassi. Questo aspetto costringe a ricercare una dieta variegata, il che rende tutto più difficile e al tempo stesso realistico. Con il rilascio della versione 1.0 Green Hell ha integrato anche la Story Mode che dà senso a tutta l’esperienza di gioco.
La storia di Green Hell
Premesso che da qui in avanti l’articolo contiene spoiler, procediamo ad analizzare la trama raccontata in Green Hell.
Tutto inizia con una spedizione di coppia. Mia e Jake (il protagonista) approdano nel cuore della foresta amazzonica alla ricerca di alcune tribù che vorrebbero studiare a fini antropologici. Di colpo, dopo aver svolto un breve tutorial sulle meccaniche di base, ci troviamo nel buio notturno in fuga, scappando da non si sa cosa. Successivamente, trovato un riparo, comincia l’avventura per il giocatore. Tra esplorazioni al limite della sopravvivenza, lotte contro grandi predatori, malattie, stress psicologico, caccia, pesca e tutta l’infinita varietà che il gioco offre per un’esperienza veramente ricca. Jake si trova da solo nella fitta foresta, nel disperato tentativo di ritrovare Mia, con in mano solo una rice-trasmittente che gli permette di comunicare con la fidanzata e il fermo timore che sia stata rapita da una delle tribù locali.
Procedendo nel racconto scopriamo che nella foresta ci sono laboratori, cave e insediamenti umani. Jake comincia a temere che la distruzione di quel paradiso verde sia colpa loro, che hanno portato alla luce una realtà che forse andava protetta. In quel momento la realtà inizia a mischiarsi e a confondersi con il mondo interiore del protagonista. Poco dopo anche Mia smette di parlarci, lasciandoci ancora più soli in mezzo alle minacce della natura.
Infine, scopriamo la verità su tutto quanto, a partire dal perché Jake si trova lì nell’Amazzonia, per finire col motivo per cui Mia sembri diventata sempre più evanescente.
Mia è morta, e con lei tante altre persone. Affetta da un tumore, Jake parte alla volta dell’Amazzonia proprio per trovare una cura. Quando questa viene scoperta, i suoi effetti appaiono inizialmente miracolosi. Quest’apparenza dura poco, fintanto che la distribuzione su scala mondiale del farmaco scoperto dal protagonista non rivela i suoi effetti collaterali. E così, quello che poteva essere un lieto fine diventa tragedia: le persone cui era stato somministrato il farmaco cominciano a morire, una dopo l’altra, Mia compresa.
Senso di colpa
Devastato dal senso di colpa per la morte della sua amata, schiacciato dal peso sulla coscienza di migliaia di vittime, Jake rimane intrappolato in quello che ora è un inferno verde. La gabbia fatta di alberi lo costringe in un loop perpetuo in cui, secondo il finale della storia, il protagonista percorre quegli eventi innumerevoli volte, salvo poi rimuoverli dalla propria memoria, per poi ripetersi ancora e ancora.
Com’è possibile? a suo tempo ce lo spiegò Shutter Island, ma ancor prima Sigmund Freud.
Meccanismi di difesa: la negazione
Ciò che Jake ha fatto per sopravvivere all’immenso dolore della sua vita è semplice da descrivere quanto complesso da affrontare: ha negato quelle stesse esperienze. Secondo Freud infatti, la negazione consiste raccontare un’altra versione dei fatti, più accettabile per sé, negando i dati di realtà che causano sofferenza, allo scopo di mantenere sufficiente benessere psichico. Spesso la persona arriva a rimuovere totalmente l’esperienza senza sostituirla con una versione alternativa degli eventi. Dunque Jake non è mai arrivato con Mia in Amazzonia, c’è andato da solo: mia era in ospedale.

Mia non è mai stata rapita dalle tribù indigene: era malata.
Dunque Jake non stava scappando da guerrieri con lance e frecce all’inizio della storia, ma dalla realtà che era tornata a galla e che voleva dimenticare ancora una volta.
Come affrontare il trauma
Avere a che fare con il dolore, soprattutto quando questo si fa più grande di noi, è un’impresa ardua e difficile. Questo è vero sia che siamo i diretti interessati sia che stiamo accompagnando qualcuno a ritrovare se stesso. Relativamente a ciò, possiamo trovare testimonianze di autori contemporanei sull’affrontare i traumi quali i cataclismi naturali e, perché no, l’esperienze come quelle vissute da Jake.
Partiamo dal mito per eccellenza proprio del linguaggio comune. Cercare di superare il trauma “facendosene una ragione”, ha come unico risultato quello di non elaborare il dolore ma di confinarlo all’interno di se stessi. Come per Jake, pagheremo solo dopo lo scotto. La ferita infatti rimarrà comunque aperta, ma avremo solo spostato lo sguardo da un’altra parte.
Per cercare di guarire questa ferita, occorre quindi riaffacciarsi sul quella sofferenza messa da parte, su quei ricordi negati e rimossi dalla nostra memoria consapevole. Il percorso da intraprendere ci richiede di fare uno “sforzo di rinuncia al dolore”, se così lo si può definire, proprio andandolo a disseppellire.
Rientrando in contatto con quelle esperienze traumatiche, raccontandole e chiarificandole, la persona le rimette in ordine, dà a quegli episodi una coerenza nuova. È questa la chiave di tutto: quel dolore che, seppur negato, ci portiamo dietro ogni giorno nel presente, va riconosciuto per quel che è: un episodio del passato.
In conclusione, se potessimo aiutare il nostro Jake, in seguito alla scoperta della verità sulla sua presenza nella foresta amazzonica, lo accompagneremmo in un travagliato quanto rigenerante percorso. Ricollocare nel passato ciò che è passato, permettendo al Jake del presente di riappropriarsi della propria vita.
Fonti:
- Galimberti U., (2006), Dizionario di psicologia, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso
- Meringolo P., Chiodini M., Nardone G., (2019). La resilienza: Quando l’essere umano trae forza dalle sue sventure. Psicologia Contemporanea, maggio – giugno 2017, pp. 32-37.



Questo articolo ha un commento
Una gran bella analisi e un grande aiuto per rimettere insieme i pezzi del puzzle.