Cina: non è un paese per gamer

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Fa rumore la notizia appena riportata dai giornali italiani e pubblicata di recente dalle testate internazionali del coprifuoco indotto dal Governo cinese per i videogiocatori minorenni. Tra i commenti e i vari giornalisti si può notare come vi siano due macro schieramenti di tifosi, tra i fanatici difensori del giocare senza sosta ai poco informati boicottatori di qualsiasi cosa sia ludicamente digitale.

Noi di Horizon non ci schieriamo da nessuna parte, come il lettore abituale potrà confermare, le nostre prese di posizioni dipendono esclusivamente dai dati scientifici confermati. Oltretutto, far parte di quel coro becero – scusate il giudizio – credo abbia poco senso nella risoluzione e nella visione d’insieme di questo fenomeno, per cui ci limiteremo ad analizzarlo e a riflettere sulla sua applicabilità.

Il modello cinese

Per chi non avesse avuto l’occasione di leggere le novità di cui parlo, il governo cinese prevede l’inserimento di un coprifuoco per i giocatori cinesi, con particolare attenzione ai giochi online per i minorenni, i quali non potranno giocare oltre le 22.00 e prima delle 8.00 del mattino, con un limite massimo di gioco di 1 ora e mezzo nei giorni feriali e di tre nel fine settimana e giorni festivi. Questi criteri vengono imposti per garantire opportune ore di sonno, di studio, pasti e attività culturali e sportive quotidiane. Oltre ai limiti di tempo vengono imposti anche dei limiti di spesa che si possono effettuare online, per contrastare le microtransazioni che già in Belgio e in Olanda sono illegali.
Questi limiti saranno garantiti attraverso un sistema di registrazione con nome reale per gli account online. Al momento, i metodi di registrazione includono numeri di telefono e carta d’identità, tuttavia molti minori usano il numero di cellulare di un genitore, il che rende difficile questa limitazione.

Tentativo di arginare la dipendenza da videogioco

Questo intervento è stato proposto dal governo cinese per contrastare la dipendenza da videogioco che, a conti fatti, è molto più presente nei paesi asiatici che in Europa. Infatti, già a partire dal 2017 e poi nel 2018 furono introdotte alcune limitazioni per contrastare la miopia fra i giovani, fenomeno che tra l’altro non sembra avere causalità con i videogiochi.
Ma anche la Corea del Sud introdusse una legge che vieta l’accesso ai minori di 16 anni ai giochi online tra mezzanotte e le 6.00 del mattino, mentre in Giappone i giocatori vengono avvisati se rimangono connessi più di un tot di ore.

In apparenza, questa mossa dell’amministrazione pubblica cinese, potrà sembrare una soluzione per contrastare le brutte abitudini dei videogiocatori: ai miei occhi, ahimè, appare come un tentativo un po’ goffo e poco funzionale ad arginare la questione, ma comunque da tenere in considerazione. Questo mio giudizio, per comprenderlo e per spiegarvelo bene, richiede di riprendere la definizione di dipendenza.

Per dipendenza patologica si intende un’alterazione del comportamento che da semplice abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere – craving – attraverso mezzi, comportamenti o sostanze in cui il soggetto perde ogni controllo sull’abitudine.

Giocare tante ore non significa esserne dipendenti

Il tentativo del governo cinese sembra andare verso la distruzione dei videogiochi – del resto non è il primo caso sulle sue censure e condotte repressive in merito – anziché verso di essi per una miglior gestione del fenomeno. Il punto debole di questa mossa strategica – non educativa a parer mio – è che il messaggio veicolato si sofferma solo sulla quantità di tempo e non sulla qualità, essendo soprattutto quest’ultima il nocciolo del disturbo da dipendenza da videogiochi. Infatti, come viene definita dalla stessa OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità), la dipendenza da videogiochi è caratterizzata da controllo alterato/indebolito sull’attività di gioco che diventa la principale occupazione a discapito delle altre per almeno 12 mesi.

Confondere la dipendenza con la quantità di ore giocate al giorno è non solo fuorviante ma anche controproducente per chi ne soffre davvero, perché se è vero che chi ne è dipendente avrà un controllo alterato del gioco in termini frequenza, intensità e durata non lo è altrettanto che chi gioca un po’ più “del dovuto” ne sarà dipendente. Del resto, mi chiedo, su quali basi e dati scientifici oggettivi il limite è imposto a 1 ora e mezzo: giocarne 2 porterebbe alla dipendenza, secondo il governo cinese?

Distruggendo i videogiochi non verrà arginata minimamente quella sofferenza che, se prima si esprimeva attraverso un uso incontrollato di questo medium, nel domani troverà un altro sfogo.

La nuova strategia del governo cinese, che è possibile leggere sul sito ufficiale del governo cinese, prevede un’altra limitazione, di cui pochi parlano e che a me fa arricciare molto il naso: anche nei giochi per adulti non devono essere inseriti contenuti “dannosi come la pornografia, sanguinosità, violenza e gioco d’azzardo”, vietando giochi come Mahjong e Poker e ogni riferimento al sangue, anche se colorato di verde.

Rimandiamo il lettore alla lettura di altri nostri elaborati (clicca qui per saperne di più ) circa non la NON causalità da parte di giochi violenti di comportamenti violenti, per cui non vedo il motivo del divieto di tali contenuti per un pubblico adulto coscienzioso.

Conclusioni

Rimango con una domanda in sospeso, augurandomi che possa essere di spunto per proporre modelli migliori: forse una mossa più educativa direzionata alla qualità dell’utilizzo del medium, con il rispetto dei contenuti appropriati per ogni età (vedi PEGI in Europa) potrebbe portare miglioramenti a lungo termine, rispetto ad un modello repressivo?

 

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