Cuphead, perché le tazze sono così difficili?

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Cuphead è difficile. Lo sappiamo tutti, da anni, da che abbiamo provato quella versione PC che ci ha fatto vedere le stelle (un eufemismo per indicare non di certo la simpatia che abbiamo provato per queste “teste di tazza”). Eppure, per la sua storia, per il suo gameplay, per il suo comparto grafico e lo stile retrò piuttosto distinguibili sul mercato, Cuphead è rimasto in circolazione per anni, e riesce ancora oggi a rimanere vivo e attivo nel settore dell’entertainment. Le modalità sono diverse, i media su cui esiste anche, ma perché quindi un gioco che sembrava essere odiato e odioso riesce ancora oggi a sopravvivere, e senza troppe difficoltà?

Cuphead, tazze ostiche

La fama di Cuphead, come anticipato, è costellata di testimonianze circa la sua difficoltà. Nel gioco è più che mai evidente una caratteristica di cui si sente spesso parlare in molti altri giochi, se non perfino due: quella del trial and error e la cosiddetta easy to learn, hard to master. Cosa lo rende così particolare e ostico? In primis, vengono spesso posti ostacoli pensati dagli sviluppatori per aumentare artificiosamente il tasso di sfida e, di conseguenza, la longevità dell’esperienza di gioco. La modalità di gioco è proprio quella di tentare di colpire il boss e i nemici vari comprendendo le sue mosse e strategie, accumulando non pochi game over.

Una strategia sì funzionante, ma parzialmente vincente: infatti, non appena speriamo di aver compreso le meccaniche di base, ecco che la seconda fase di lotta contro il nemico ci porta a stravolgere le nostre certezze, riportandoci al punto di partenza e costringendoci a ripensare e progettare nuove tattiche. Frustrante? Abbastanza, ma se da un lato possiamo concepire la struttura del gameplay come difficile, a tratti mortificante, possiamo anche considerare l’altrà metà piena del bicchiere (o della tazza). Abbiamo imparato qualcosa di nuovo e utile per il successivo tentativo. Forse.

La severità del gameplay

La difficoltà intrinseca del gioco è uno dei concetti fondamentali del titolo in questione. Uno svantaggio forse, ma che si può guardare anche come principale punto di forza di Cuphead. A un primo sguardo e ai primi minuti di partita, sembrerebbe che questo titolo sia in realtà una vera e propria tortura videoludica. Qui l’obiettivo malefico del team è quello di impedire al giocatore di avanzare, nonostante si prodighi di sforzi.

Una situazione del genere, come abbiamo appena visto, porta presto a frustrazione e scoramento, ma lo Studio MDHR porta sulle nostre console un gioco evidentemente severo. Ci accompagna man mano verso un percorso di crescita tanto difficile, quanto educativo (se così possiamo considerarlo). Il suo obiettivo è quello di trasformare ogni caduta e ogni difficoltà in uno stimolo ulteriore e successivo, per ripartire e spronarci a fare meglio.

Non manca nemmeno un ulteriore elemento apparentemente marginale, ma dall’importanza a livello psicologico non indifferente. A seguito di ogni game over, ci viene presentata una schermata che mostra a quale punto della boss fight o del livello ci troviamo. Se infatti la difficoltà non è delle minori in questo gioco, il team ne sarà ben conscio e avrà deciso di non far desistere il giocatore a fronte di questa incombenza e, ancora una volta, stimolarci a fronte di un piccolo, grande progresso ulteriore rispetto alla volta precedente.

Dal punto di vista artistico, il gioco ha trovato una formula vincente che contribuisce in altissima percentuale al suo successo, grazie a uno stile che ha ripreso i cartoni animati d’altri tempi e riportandoci in un contesto coinvolgente e originale. Tutto è perfettamente coerente: dalla natura dei personaggi e dal loro aspetto, alle schermate di presentazione delle battaglie contro i boss, fino ai nomi delle battaglie, senza dimenticare la colonna sonora jazz anni Trenta e gli effetti audio con voci ovattate.

Non solo console

Ve li ricordate i mitici Game & Watch di Nintendo? Vi immaginate come sarebbero i moderni giochi proposti su questo sistema ormai piuttosto datato e obsoleto? Alcuni fan lo hanno fatto davvero, ci hanno messo la testa e hanno dato vita a Cuphead Game & Watch Edition. Si tratta di un fan game gratis e giocabile via browser che trasforma il gioco di Studio MDHR in un retrogame a cristalli liquidi, con grafica elementare ed effetti sonori molto semplici.

Gli autori hanno riprodotto però solo uno scontro con un boss e non il gioco completo, ma restituendoci ad ogni buon conto un risultato davvero piacevole. Studio MDHR non ha ancora realizzato nulla di uffciale sulla falsa riga, ma ci auguriamo che questo stile retrò non ci abbandoni troppo presto e venga realizzata una versione portatile a cristalli liquidi di Cuphead, sull’onda della nostalgia per gli anni ’80 e ’90 e del vintage.

A maggio 2020 inoltre, nel programma annunciato di Annecy Animation Festival dello scorso giugno, è spuntato tra i vari titoli presentati all’evento anche l’annunciato e attesissimo The Cuphead Show, originale targato Netflix. Posticipato per via della pandemia di Covid-19, lo show diviso in 11 episodi riprende la storia tratta dal videogioco indie. Nella serie seguiamo le avventure dell’impulsivo Cuphead e del suo prudente fratello Mugman. I due vivono con il loro nonno Brico in un bosco e dopo essersi giocati le anime al Casinò del Diavolo, dovranno sconfiggere una serie di debitori scappati dalle grinfie del Diavolo per riaverle indietro.

Cuphead riesce dunque a mantenersi nel tempo, nonostante la ricezione controversa, discussa e dibattuta sin dagli esordi. Una difficoltà che se da un lato ha quasi scorato e rischiato di far allontanare i fan nel tempo, è diventata poi quasi iconica. Un effetto boomerang forse, ma al contrario, almeno fino a quando riuscirà a durare grazie alla contaminazione di altri mezzi, come ad esempio il cinema.

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