Il Gamer Regret, ovvero il rimpianto del giocatore: cos’è?

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A quanti noi videogiocatori è capitato di aver rimpianto tante ore spese davanti ad un videogioco? Inutile mentire, a molti di noi è successo. Per giocare ad un videogioco siamo scesi un po’ a compromessi, rinunciare ad andare al mare con amici perché quel Metal Gear Solid era troppo difficile da mollare. É una sensazione autentica che proviamo tutti; si chiama Gamer Regret.

Il Gamer Regret è stato per la prima volta affrontato dal giornalista Clive Thompson che diede un nome preciso a questo fenomeno, dopo essersi reso conto di aver passato 36 ore davanti al suo videogioco preferito nel giro di un paio di giorni. Thompson ha definito questa esperienza videoludica come un grande “buco temporale“, trovandosi in bilico tra l’orgoglio e il dubbio di aver buttato via alcune ore preziose in cui poteva uscire a fare una gita fuori porta o semplicemente andare a mangiare fuori con amici.

Da un lato si sentiva abbastanza sicuro di sé, di quanto appreso all’interno del videogioco ma “non era abbastanza”, perché in quel processo di apprendimento aveva scelto di escludere molto altro. Nell’interessante libro uscito in Italia nel 2011, La Realtà in Gioco (Maggioli Editore) la game designer Jane McGonigal illustra nel dettaglio il fenomeno. Il Gamer Regret è considerato il segreto vergognoso di ogni giocatore. Afferma il giornalista, “l’esultanza che provo dopo aver finito è sempre leggermente colorata da un senso di vuoto. Non sarebbe stato meglio fare qualcosa di difficile e impegnativo e produttivo?”.

man sitting inside room near window blinds with lights turned on

Fonte: Rhett Noonan – Unsplash

Spesso abbiamo la concezione che il tempo passato davanti ai videogiochi sia irrimediabilmente perduto e che fare altre attività (sportive o di gioco all’aperto ad esempio) sia di gran lunga migliore piuttosto che passare il pomeriggio davanti ad uno schermo, cercando di vincere il campionato in Mario Kart.

In fondo, è capitato a qualcuno di voi di essere completamente rapito dalla nuova stagione di The Crown su Netflix oppure quel Millenium Falcon di Lego vi ha portato via tutta la giornata per assemblarlo. É comunque tempo sprecato ma quando parliamo di videogiochi il nostro animo un po’ si incupisce. Questo avviene perché legato al preconcetto – ormai radicato nella nostra società – che i videogiochi sono un’attività che non porta a nulla di buono, risucchia bambini e adolescenti in un mondo virtuale incapace di saper dare giusti insegnamenti ma che diventa un ritratto violento, efferato e alienante della realtà (vedi GTA).

La McGonigal scrive nel suo libro: “I giochi non ci allontanano dalla realtà, bensì la migliorano“.
Queste parole potevano sembrarci assurde dieci anni fa (quando il libro è stato pubblicato) ma che oggi vengono rivestite di un altro valore, complice l’avanzamento scientifico alla base di queste teorie riguardo i videogiochi e la psicologia. Giochi e videogiochi aiutano la nostra memoria, migliorano il problem solving, l’attenzione, il pensiero laterale e la coordinazione occhio-mano. La ricerca in tale campo ha inoltre riscontrato l’efficacia dei videogiochi nel trattamento e cura di bambini con diagnosi comprovata di ADHD.
Anche la community di videogiocatori aiuta tale progresso, sempre in crescita e vicina alle inclusioni e alle nuove chiavi di lettura, screditando ormai inutili scetticismi.

Come sottolinea la game designer statunitense, i videogiochi e i giochi ci danno un senso di orgoglio e gratificazione, successo e fiducia nelle nostre capacità, difficilmente riscontrabili nella vita reale in cui i feedback non sono così immediati (magari stiamo ancora aspettando i complimenti del nostro capo dopo l’ottimo lavoro svolto).

Gamers Are Not Who You Think They Are

Fonte: https://www.activisionblizzardmedia.com/insights/blogs/2020/11/gamers-are-not-who-you-think-they-are

Insomma, se il gamer regret ci colpisce dobbiamo accoglierlo e riconoscerlo come un’emozione del tutto naturale. Può capitare a tutti, con l’età le nostre priorità possono cambiare. A 15 anni era naturale perdere tutto il pomeriggio giocando a Kingdom Hearts 2, mentre adesso a 30 anni ci risulta più difficile passare tante ore con Sora, Paperino e Pippo. Ed è giusto così, l’importante è non essere troppo duri con noi stessi.

“Ho passato davvero tante ore su MGO (Metal Gear Online), lì ho conosciuto tanti amici, ho vinto persino un torneo! Dopo molti anni da quando hanno chiuso i server posso dire che, fin quanto è durato, mi sono divertito, e non ho più giocato così tanto ad altro”, dice un amico e assiduo giocatore del compianto multiplayer di Metal Gear Solid 4.

Può capitare di sentirci completamente rapiti da quell’attività e da quel particolare videogioco, riconoscendo anche quando è ora di dire basta e di smettere. Come afferma Jane McGonigal, “è bene non sprecare le proprie gaming skills”, ovvero trasformare le skills ottenute tramite i videogiochi in qualcosa di utile nella vita reale. Ovvero?

  • Stanco di giocare ai soliti videogiochi? Creane uno tutto tuo! Partecipando ad una game jam, conoscendo gente nuova e unendoti ad altri sviluppatori. Non sarà il videogioco del secolo ma sicuramente sarà il tuo, quello sviluppato da dietro le quinte.
  • Porta il tuo interesse sui videogiochi in altri ambiti. Noi di Horizon Psytech & Games abbiamo fatto questa scelta, unire il nostro hobby con il nostro percorso universitario e/o professionale, creando parallelismi e nuove chiavi di lettura, descrivendo i videogiochi non solo come strumento per il divertimento ma anche per l’apprendimento, la psicologia clinica, la neuropsicologia e il mondo delle risorse umane.
  • Usa i tuoi videogiochi per creare la tua arte. Appassionarsi alla videogame photography creando screenshots ed entrando in una community di appassionati, oppure scrivere fanfiction, creare fanart o dedicarsi al cosplay dei propri personaggi preferiti. Questo aumenta la tua creatività e ti aiuta a padroneggiare skill diverse quali la fotografia virtuale, la scrittura o il disegno.
  • Portare il significato di un videogioco nella vita reale. Come? Nelle scuole polacche, ad esempio, un videogioco (This War of Mine) è stato usato nelle lezioni di storia per far comprendere ai ragazzi in modo chiaro il significato della guerra e cosa questo comporta.
  • Quanto i videogiochi possono insegnarci. Dalla geografia (Civilization) alla storia (seppur romanzata, di Assassin’s Creed) alla cultura e al folklore (Ghost of Tsushima, Okami, Grim Fandango).

I videogiochi muovono in noi curiosità e un coinvolgimento non da poco che possiamo soltanto portare a nostro vantaggio. Di conseguenza, i videogiochi possono paradossalmente diventare la nostra finestra sul mondo, stuzzicare la nostra curiosità e sete di conoscenza, all’interno dei quali sviluppare amicizie e provare emozioni autentiche.

Se siete presi dallo sconforto di aver “sprecato” il vostro tempo, non disperate.
Una parte di voi ci ha guadagnato in ogni caso, anche se trasportati dal flow. Thompson (e anche noi) consiglia di trovare un giusto equilibrio da tra i nostri hobbies e gli impegni giornalieri. Arriverà sicuramente il momento in cui appenderemo il joystick al chiodo e fino ad allora… altri cinque minuti!

 

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