I Social Rendono Soli?

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L’essere umano è da sempre definito come “animale sociale”. Tramite la forza del gruppo è riuscito a compiere imprese strabilianti che, singolarmente, non sarebbe mai riuscito a portare a termine (Costa et al., 2019). Seguendo questo trend, già agli albori della “rivoluzione tecnologica” si era pensato di sfruttare le nuove possibilità digitali per creare delle piattaforme che permettessero di entrare in contatto con personalità affini e scambiare informazioni a distanze fino ad allora inimmaginabili. Ben presto, questa idea prese i contorni di ciò che oggi conosciamo come Social Network.
Dalle funzionalità e focus più disparati, tutti i “Social” hanno il medesimo obiettivo di allargare la nostra rete sociale e metterci in comunicazione con persone che, nella realtà analogica, probabilmente non avremmo mai incontrato. Sfruttando determinati algoritmi, i nostri profili vengono mostrati a chiunque abbia in comune con noi determinate amicizie, passioni, hobby o gusti. Ciò facilita enormemente la possibilità di creare nuove amicizie con “anime affini” e di sentirci meno soli.

“Ma è davvero così?”

L’utilizzo di questi strumenti è diventato sempre più capillare nella nostra vita, specialmente per coloro che vi stanno crescendo insieme: i giovani. Utilizzati come una vetrina per far vedere solo ciò che di buono accade nella quotidianità (La Barbera, La Paglia, Valsavoia, 2009), tali tecnologie vengono sfruttate per sperimentare vari aspetti della propria identità, una sorta di “palestra sicura” per testare quali aspetti possano essere “vincenti” e quali, invece, sarebbe preferibile abbandonare, migliorando le proprie capacità di autopresentazione e la propria autostima (Booth, 2000). Se, da un lato, ciò aiuta gli adolescenti a sperimentare in modo meno traumatico il rapporto con gli Altri, dall’altro non è privo di rischi. La costruzione di una identità eccessivamente positiva può diventare una sorta di Sè Ideale impossibile da raggiungere nella realtà fisica, preludio per atteggiamenti problematici come la dipendenza od il ritiro sociale (Block, 2008; Milani, Osualdella, Di Blasio, 2009).

“Utilizzare i social… diventando meno social?”

Negli anni, i ricercatori scientifici hanno esplorato ampliamente questo nuovo modo di comunicare e di interagire, cercando di capirne i lati negativi ed i lati positivi, creando due vere e proprie polarità opposte, all’interno della comunità scientifica. Molte ricerche (Kraut, Patterson, Landmark, Kiesler, Mukophadhyay, & Scherlis, 1998; Lavin, Marvin, McLarney, Nola, & Scott, 1999) si sono, infatti, focalizzate su come i Social togliessero tempo alle relazioni “analogiche”, sostituendole con relazioni “virtuali” che risultavano estremamente superficiali e deboli, per via delle caratteristiche di comunicazione intrinseche del medium attraverso cui si formavano, spingendo i soggetti verso la solitudine. Altri ricercatori (Robinson, Kestnbaum, Neustadtl, & Alvarez, 2000; UCLA Center for Communication Policy, 2000; Activmedia, 1998; Katz & Aspden, 1997; Morahan-Martin & Schumacher, 2003), invece, hanno sottolineato come tali dati dovessero essere letti al contrario: coloro che utilizzavano i social non diventavano più soli, ma li utilizzavano proprio perché lo erano già nella loro quotidianità e speravano di trovare una via di fuga. Ciò veniva confermato già da Seepersad (2004) e da Leung (2011), per cui gli adolescenti preferirebbero ricevere supporto emotivo dal gruppo dei pari nella realtà analogica ma, qualora questo sia assente, compenserebbero tramite il conforto della socialità virtuale, avente lo stesso valore di un meccanismo di coping. Meccanismo, tuttavia, che ricopiava fedelmente quanto avveniva nella realtà quotidiana e che, se consistente in una strategia di tipo evitante, veniva riproposta allo stesso modo, rendendo il soggetto nuovamente solo.

 

 

“Ma io ho tanti follower e contatti!”

Being lonely in the crowd” è un’espressione piuttosto evocativa ma parecchio utile al nostro scopo (Nie, 2001; LaRose, 2001). Spesso ci circondiamo virtualmente di una folla parecchio numerosa di contatti ma con quanti di questi interagiamo attivamente? Burke, Marlow e Lento (2010) hanno messo a punto un esperimento apposito, osservando quanto l’interazione con i nostri contatti modificasse il nostro sentirci soli. I loro risultati suggeriscono che una fruizione passiva dei social (il classico “scrollare” la home limitandoci ad inviare qualche Like) aumenterebbe la sensazione di solitudine e di ritiro sociale. Una fruizione attiva (commentare, contattare, creare contenuti) enfatizzerebbe, invece, la sensazione di inclusività, promuovendo l’approfondimento dei rapporti. Interessante, al riguardo, risulta essere anche l’osservazione per cui la scrittura di un post viene vista dal suo autore come un modo di esporsi e come possa essere vissuta con profonda solitudine la possibilità in cui esso non riceva like o commenti (Williams, Cheung e Choi, 2000). Ciò, per via della discrepanza che si crea tra il desiderio di socialità e la socialità percepita: esattamente come avverrebbe ad una festa nel caso in cui iniziassimo una conversazione ma tutti si allontanassero senza ascoltarci.

“Ma non posso mica parlare con tutti!”

Dunbar, nel 2016, aveva sperimentato come l’assunto per cui “avere più follower e quindi più interazioni porti più felicità” non fosse propriamente corretto. L’autore, infatti, ha sottolineato come la quantità di persone cognitivamente gestibili tramite un social si attesti intorno alle 150, scendendo vertiginosamente nel caso in cui fosse chiesto quanti di questi contatti avrebbero potuto fornire un supporto emotivo in caso di bisogno.

La comunità scientifica, come si è rapidamente visto, non ha una risposta conclusiva, limitandosi a sottolineare aspetti positivi e negativi del fenomeno, a volte partendo da posizioni di principio un po’ discutibili. Ciò su cui, tuttavia, ci si sente di concordare è che una corretta educazione all’utilizzo dei nuovi media ed all’emotività sia quanto mai efficace nel prevenire fenomeni come il ritiro sociale, la depressione o, nei casi più estremi, anche tentativi di suicidio.

E voi, vi sentite più soli ad utilizzare i social?

Bibliografia:
Magno, S. (2021) Solitudine e Social Network: fattori di rischio per l’ideazione suicidaria in adolescenza. Tesi Magistrale per l’Università degli Studi di Torino. Psicologia Criminologica e Forense

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