I videogiochi violenti potrebbero piacerci a causa dell’evoluzione

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I videogiochi dal contenuto violento sono ormai una costante sul mercato internazionale. Anche quelli adatti ai più piccoli, pur non presentando contenuti espliciti come sangue e volgarità, si basano sul fornire ricompense dopo aver “sconfitto” il cattivo di turno.

Ovviamente, i contenuti di questo genere variano da gioco a gioco, a seconda delle fasce d’età individuate da PEGI, organo che si occupa di tutelare i più giovani da materiale inadatto. Si può semplificare banalmente (senza fare di tutta l’erba un fascio!) affermando che il tema di molti videogiochi è quello di mettere in atto un comportamento aggressivo, consono per ogni fascia d’età, al fine di ottenere un premio: saltare su un fungo che cammina per schiacciarlo in Super Mario, per i bambini, e investire i pedoni in GTA, per i più grandi.

Affrontare uno o più personaggi “nemici” è una delle formule che ha reso appetibili i prodotti videoludici fin dai loro primi anni di vita. Sarebbe curioso indagare le origini di questo fascino, che da sempre esercita una forte attrazione sui giocatori. Una possibile risposta potrebbe trovarsi nel fatto che, tramite i videogiochi dal contenuto aggressivo, si mette in atto, in maniera sublimata e socialmente accettata, la predisposizione a risolvere certi conflitti con la forza. Si tratta di una conclusione ipotetica, ovviamente. Ma procediamo con ordine: come possiamo sostenere un’ipotesi del genere? Siamo davvero predisposti a usare l’aggressività o ad essere attratti da essa? Per quale motivo? C’è qualcosa di male in tutto questo? Potrebbe interessarvi scoprire il ragionamento che ne sta alla base e, soprattutto, scoprire qualche nuova informazione sulle origini della nostra mente.

L’essere umano è un animale sociale che vive in interdipendenza con i suoi simili in società organizzate. Il contatto con gli altri è inevitabile, nonché necessario. Tuttavia, è pur vero che non andiamo d’accordo con tutti, e alcuni incontri diventano fonti di ostilità, dei veri e propri scontri.
Il conflitto è parte integrante della vita, ma nel corso della storia abbiamo imparato a risolvere queste situazioni in maniera più pacifica rispetto a un tempo. È una prerogativa degli ultimi cento anni, infatti, l’aver raggiunto delle modalità meno sanguinose di regolare i conflitti tra persone. Forse non ci crederete, ma la violenza è stata a lungo un mezzo per risolvere pubblicamente dispute anche banali: riuscire a esprimere potere sopraffacendo un altro individuo è stato in molti tempi e culture un indicatore d’onore, un vero e proprio fattore capace di portare vantaggi a un individuo, e proprio per questo le offese venivano risolte con scontri mortali (basti pensare ai duelli nel far west). Uno psicologo evoluzionista potrebbe sostenere che questo accadeva perché l’aggressività è stata a lungo una questione di sopravvivenza per i nostri antenati: infatti, ricorrere alla ferocia era indispensabile quando si veniva attaccati da bestie selvagge e bisognava proteggere la propria tribù. Sempre secondo quest’ottica, risiederebbe proprio in tale passato il motivo per cui l’esercizio della violenza riesce ancora ad esercitare presa su molte persone. Inoltre, potrebbe non essere un caso che l’ideale maschile, nonostante i diversi tempi e culture, ha sempre contemplato la forza fisica. L’attrazione per le forme di violenza sarebbe quindi un’eredità di questo passato, un ricordo di modalità di confronto ancestrali selezionate dall’evoluzione perché utili alla sopravvivenza.

Pur quanto molti studiosi siano concordi nel sostenere che l’aggressività sia un tratto socialmente appreso e non una pulsione precostituita, essa resta una costante nella vita individuale e collettiva. La cultura moderna si caratterizzerebbe, secondo le analisi di Jonathan Gottschall, per il fatto di essere riuscita a sublimare quelle competizioni che un tempo servivano a imporre, tramite lo spargimento di sangue, la propria supremazia sugli altri in manifestazioni competitive che non mettono a repentaglio la vita altrui. In questo modo, si riuscirebbe a vivere il proprio istinto in maniera socialmente accettata: confronti fra squadre avversarie, sport da combattimento, ma anche videogiochi violenti potrebbero essere considerati dei mezzi per esprimere i propri appetiti distruttivi senza arrecare danni ad altri. Delle strategie evolutive ben riuscite. Potrebbero quindi essere la nostra biologia ed evoluzione ad indurci ad apprezzare i videogiochi dal contenuto violento. Nessuna certezza per il momento, solo un’ipotesi ben fondata.

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