Il “farmaco” della memoria – Tecnologie e identità

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn

Un apparente paradosso sembra essere implicito nella nostra vita psichica. Percepiamo noi stessi come esseri in mutamento, sia fisico che mentale: il tempo e le esperienze cambiano il nostro modo di vedere il mondo e di agire, tanto che a volte non ci riconosciamo più in scelte o azioni. Eppure al tempo stesso sentiamo una continuità nel nostro agire, una personalità relativamente stabile e una narrazione più o meno coerente della nostra storia. Siamo impegnati in un costante processo di assimilazione e accomodamento volto ad adattarci alla mutevolezza dell’ambiente e dei nostri bisogni, mantenendo un legame con il passato e una progettualità per il futuro. In una parola, abbiamo un’identità.

La mente umana in questa impresa si confronta presto con i propri limiti, specialmente quando si tratta di gestire  informazioni: c’è un limite a quanto possiamo ricordare.  In risposta a queste limitazioni la tecnologia si è posta fin dalle prime civiltà come ausilio per la mente. Esemplare in questo senso è il mito di Theuth, raccontato nel Fedro di Platone. In esso il divino inventore presenta al Faraone la scrittura, descrivendola come “il farmaco della memoria e della sapienza“. La reazione del sovrano è sorprendente per noi lettori moderni,  sostiene infatti che

La scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, (ma) del richiamare alla memoria

Questa insidiosa duplicità è insita già nella presentazione di Teuth/Thoth: il “pharmakon” nel greco antico è ciò che cura, ma anche la droga (da cui spesso di si dipende) e il veleno. L’affidarsi ad un ausilio esterno porterebbe quindi ad un disuso ed indebolimento della funzione. E’ una posizione non tropo diversa da quanti ritengono che le nuove generazioni siano meno consapevoli dei loro stessi limiti nella capacità di ricordare, fin troppo abituati a strumenti che “tengono in mente” per loro.

Eppure se determinate tecniche hanno avuto successo, a scapito di altre, lo dobbiamo alle loro potenzialità, che accogliamo accettando tacitamente possibli imprevisti. Non a caso il mito platonico ci è arrivato in forma scritta…

Le tecnologie ti cui disponiamo oggi per supplire alla nostra memoria sono estremamente varie, e ancor di più lo sono i mezzi che abbiamo per trasmettere le informazioni: possiamo fare fotografie, filmati, abbiamo persino strumenti tracciano i nostri spostamenti e le nostre azioni. E nel frattempo abbiamo preso gusto, a volte fatto culto, nel lasciare il segno e nel  presentare la nostra storia.

Questi strumenti sono ormai al servizio di una funzione narrativa della mente volta a connettere e coordinare i multipli sè di cui facciamo esperienza e con cui ci presentiamo in diversi tempi e situazioni, non si tratta però di un’opera semplice.

Già nel solo nel contatto con una rappresentazione di noi, può sorgere una strana sensazione. Il fare esperienza di Sè dall’esterno è qualcosa di estremamente recente per la nostra specie, che ci mette di fronte a qualcosa che è noi stessi eppure esterno da noi, un familiare eppure estraneo. Ci guardiamo allo specchio da una certa angolatura e quasi non ci riconosciamo, ascoltiamo la nostra voce registrata e ci sembra aliena. Siamo entrati nell’Unheimlich, il perturbante freudiano, del rimosso che ritorna sulla scena.

Le tracce dei sè passati sono inoltre più persistenti che mai, e possono riemergere in modo inaspettato: quella cosa molto divertente fatta a quattordici anni ed ora molto imbarazzante è stata filmata da un amico con un telefonino, una mia foto non proprio professionale è nella mia pagina social proprio sotto il nome dell’azienda per cui lavoro…modalità di espressione in cui non ci riconosciamo più, o che non vorremmo fossero così rilevanti. Eppure non siamo immuni dal fascino di questo sfidare il tempo che nei prossimi decenni potrebbe diventare ancora più radicale: i profili dei social network stanno già diventando memoriali virtuali delle persone decedute, dove si rende loro omaggio e fonte inestimabile di ricordi.

La dissonanza non è appunto solo temporale, ma anche legata agli spazi. Posso ricevere modelli e stimoli da culture e gruppi geograficamente molto lontani, in un mondo reso piccolo dai media, volendo anche appropriarmene: tutto questo implica una costante opera di integrazione. Un tempo il “chi sono” era una domanda a cui rispondere facendo riferimento per esempio alla famiglia e dalla comunità locale. Poi vennero i mass media e la possibilità di accedere a influenze su larga scala, ed infine con il web 2.0 la possibilità di creare e consumare autonomamente contenuti indipendentemente da limitazioni geografiche. La domanda fondamentale sull’identità trova una ricchezza mai vista di elementi per costruire una risposta, non sempre coerenti nella loro provenienza.

Una conseguenza di questa situazione sono le problematiche legate ai diversi pubblici interconnessi. Da sempre le persone si comportano in modo diverso di fronte a persone differenti. Sempre più diffuse nel mondo mediato sono però le situazioni in cui i contesti collassano: al livello più semplice possiamo scrivere qualcosa nel nostro profilo social rivolta ad un determinato pubblico e dimenticarci che altri lo stanno leggendo, oppure il nostro stato viene letto mesi dopo assumendo un diverso significato fuori dal suo contesto .

Non mancano però situazioni più complesse: la sociologa Danah Boyd cita il caso di un ragazzo afroamericano, cresciuto in un quartiere degradato, che affidò i suoi propositi di emancipazione ad una toccante lettera rivolta all’università dove chiedeva di iscriversi. Tuttavia il suo profilo Facebook pieno di riferimenti al mondo delle gang suscitava perplessità nell’ambiente accademico. Nessuno dei due era un falso sè bensì erano entrambi legati luoghi e tempi diversi, ugualmente fondamentali per il suo percorso di vita e difficilmente conciliabili.

Una classica strategia per risolvere queste problematiche identitarie, è la segregazione dei vari sè in spazi non comunicanti, che trova nel mondo virtuale possibilità inedite: dai giocatori di MMO fino a chi costruisce relazioni in chat dietro identità fittizie. Se negli spazi concreti mantenere la separazione richiedeva una certa cautela, gli ambienti mediati consentono un apparente controllo sulle conseguenze. Apparente gli aspetti del sè coltivati nel segreto possono crescere fino a diventare tanto fondamentali quanto male integrati: se la mia relazione di amicizia, affettiva o sessuale online è centrata su aspetti di me che non riuscirei mai a mettere in atto nella vita reale o si basa su informazioni false il rischio di investire e legarsi a qualcosa di labile aumenta. Eppure questi spazi segreti possono diventare luogo di autenticità e supporto per chi vive in ambienti ostili, o spazi sicuri dove relegare comportamenti a rischio.

Le moderne tecnologie dell’informazione, eredi ed estensione dalle prima “medicina della memoria”, continuano oggi ad essere cura, veleno e droga dei processi identitari. Per questa duplice valenza, e per l’attrazione che noi esseri umani abbiamo sempre dimostrato verso il potenziamento delle nostre facoltà, non penso vi rinunceremo, prepariamoci dunque ad accogliere nuove sfide e prospettive: sè molteplici, delocalizzati, reinterpretati. Non a caso uno dei termini legati all’uso della memoria, “rimembrare”, si riferisce proprio al  ricomporre parti separate.

 

 

More to explorer

Skyrim: Chirurgia grafica 8 anni dopo.

11 novembre 2011, il famoso 11-11-11. Sono passati pochi giorni dall’ottavo compleanno del 5° e (per ora) ultimo capitolo della celebre saga di The Elder Scrolls. Skyrim, durante il corso di questi anni, ha visto il suo rilascio anche sulle

I vestiti del nostro avatar influenzano chi siamo

Gli appassionati di RPG ne sono ben consapevoli: la personalizzazione del nostro avatar richiede sempre un tempo considerevole, e delle decisioni che vanno decisamente ponderate. La psicologia, negli ultimi anni, ha dato base scientifica all’importanza di questo momento di gioco.

Perchè guardare altri giocare? Psicologia dello streaming

Già nell’era delle sale giochi non mancava il pubblico che si radunava attorno al cabinato per per vedere se il “campione” locale” fosse riuscito a battere qualche record, o come un amico affrontava un passaggio particolarmente impegnativo. Questa dimensione sociale

Leave A Comment

Questo sito utilizza i cookies per migliorare l'esperienza d'uso dell'utente. Proseguendo nella navigazione dichiari di aver letto e accettato i termini e le condizioni di utilizzo, per maggiori informazioni a riguardo clicca

QUI