La solitudine nei giochi esplorativi

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Squadre avversarie che si attaccano all’ultimo proiettile negli sparatutto; alleati che contribuiscono a raggiungere la stessa meta; compagni che ci urlano nelle orecchie da un paio di cuffie delle parole non sempre troppo sensate. Questo è il quadro generale dei giochi multiplayer, il cui chiasso e la massa multiforme e indistinta di avatar sullo schermo sembra rispecchiare i gruppi di ragazzi che vanno in giro per le vie del centro, come grandi squadroni che fagocitano sotto i loro piedi tutto quello che incontrano e ci spazzano ai lati con il loro ingombro. Il caos e la confusione che portano con sé risulta a volte abbastanza difficile da accettare, per chi magari nel videogioco cerca una dimensione opposta a quella che vive quotidianamente, uno spunto e un’occasione per allontanarsi dalla confusione generale.

C’è però anche un’altra dimensione, oltre a questa atmosfera letteralmente da “party”, che non a caso richiama non solo il gruppo di persone con cui giochiamo, ma evoca anche la sensazione di entrare in una vera e propria “festa”. Ci sono giochi che ci allontanano dal mondo per come lo vediamo nella nostra routine, proponendoci un incontro ravvicinato con l’esplorazione di quanto ci sta intorno, secondo due paradigmi principali: la scoperta del mondo per come ci appare e l’esplorazione del mondo reinterpretato e rielaborato dalla nostra mente e dal nostro inconscio. Nel primo caso è facile parlare di un percorso di viaggio, o appunto di scoperta ed esplorazione, in giochi come FAR: Lone sailsoppure di esplorazione di un mondo verosimile al nostro nelle storie di Rime, Abzu, Vane o altri ancora. Si tratta di titoli che ci promettono un viaggio in uno spaccato di mondo molto simile al nostro, o in ogni caso che consentono di accendere il lato di esploratore che è in noi per mettere a tacere qualsiasi ansia da prestazione richiesta in giochi di azione o nei platform.

Non sono da meno altri titoli che richiedono spostamenti frequenti da una stanza all’altra di una casa, alla ricerca di indizi sul passato della propria famiglia, come Gone Home sa ben raccontare in pochissime ore di gioco, oppure atmosfere un po’ più cupe, ma altrettanto rilassanti e totalmente coinvolgenti nell’atmosfera abbastanza emotiva in Dear Esther.  Parliamo quindi di storie che sanno raccontare al giocatore un mondo, una storia, un’esperienza alternativa rispetto a quanto accade solitamente nelle avventure che mettono sul piatto della bilancia un certo numero di personaggi, con dialoghi, musiche, narrazioni presenti in modo esplicito, ma a scapito di una narrazione che possa davvero essere rielaborata in modo più soggettivo e personale da parte di chi si trova al di là dello schermo. Per questo motivo, ancora più toccanti sono le trame di storie come Inside, uno dei titoli più noti della produzione dello studio Playdead, che va a scandagliare il percorso oscuro in ogni sua dimensione del piccolo protagonista. Una storia che fa riflettere e ci butta a capofitto nel profondo pozzo dell’introspezione, dove l’acqua si fa sempre più fredda e oscura e solo gli abili nuotatori di questi abissi sanno cavarsela.

Per chi ha più dimestichezza con il mondo indienon è da dimenticare Unknown Fateuno degli esempi più recenti di avventura in prima persona dove vengono riesumati i ricordi di un’infanzia interrotta e ogni singolo oggetto si trasforma in un incubo di fronte ai nostri occhi. Sensazioni uniche e amplificate, in una rincorsa continua all’emozione e alla proposta di una dimensione diversa da quanto offrono tantissimi videogiochi. Ci allontaniamo dall’avventura nel senso classico del termine, dal caos di nemici e dalla sete di punti esperienza; chiudiamo le porte di questo mondo e ne apriamo un altro, paradossalmente, chiudendoci in noi stessi.

La solitudine che esperiamo in questi giochi non riguarda solo l’effettiva singolarità del protagonista, indifferentemente dal fatto che si giochi in prima o terza persona. Si tratta però di una conditio sine qua non, una condizione più psicologica che fisica che ci consente di riflettere sulla nostra esperienza e sul mondo che ci circonda, in un gioco di specchi davvero particolare. Le immagini che il videogioco ci propone, consentono di pensare in maniera più approfondita alla nostra esperienza nella realtà, rimandando a nostra volta quanto osserviamo e viviamo nei momenti di gioco, legandoci a doppio filo con questi mondi virtuali, che così lontani e freddi non sono, dopotutto.

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