Cosplay: l’identità oltre la finzione

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Un eterno carnevale, il desiderio di estraniarsi dal mondo, perdere la propria identità per acquisirne un’altra, o semplicemente nascondersi dalla realtà e rifugiarsi in se stessi, letteralmente sotto mentite spoglie. Era troppo banale rispondere “impersonare l’eroe o l’eroina preferiti”? Sì, chiedetelo a un cosplayer. Come sempre, di fronte a un fenomeno come quello del cosplay, ormai diffuso ampiamente anche nel nostro Paese, si parano gli schieramenti di chi difende, ammira e adula quasi queste persone, e coloro invece che li guardano da lontano con un misto di disprezzo, perplessità e snobismo. Ma chi si cela dietro la maschera? Soprattutto, perché?

Il fenomeno dei cosplay è decisamente troppo diffuso per evitare di parlarne e di raccontarlo come merita, a partire dalle sue origini. Nato dall’unione di costume e play, il termine indica appunto una persona in costume che “gioca, recita” una parte. Ma fino a che punto è solo “recita”? Impossibile che l’individuo non sconfini anche in quell’inifinita prateria libera dove la sua immaginazione può scorrazzare liberamente e credere anche solo per qualche ora di essere un personaggio tratto da un fumetto, un videogioco o un anime. Un momento quindi in cui si giunge alla vera e propria esaltazione dell’identità liquida e, per certi aspetti, anche della vetrinizzazione del sé.

Una rappresentazione di Sailor Mercury

Nel primo caso abbiamo di fronte un potenziale esempio di persona che vive una duplice identità o nessuna identità al tempo stesso, poiché agisce, si comporta, talvolta si esprime proprio come il personaggio interpretato. Nel secondo caso, si vive un vero e proprio periodo di tempo durante il quale si mette in mostra in maniera spettacolarizzata la propria fisicità e, in certi casi, le proprie abilità fisiche, soprattutto nei casi di gare tra cosplayer dove devono dare prova delle proprie capacità di imitazione di un personaggio dedito ad arti marziali o performance fisiche particolarmente ambiziose. Insomma, una vera e propria messa in vetrina della propria persona, desiderando mostrarla a un pubblico sempre più ampio. I social network hanno ovviamente amplificato questo fenomeno, permettendo in qualsiasi momento ai cosplayer di esibirsi tramite foto, stories o anche filmati per mantenere puntati i riflettori su di sé anche quando non sono sul “palco” metaforico di una fiera o un evento particolare. In questi casi, alcuni di loro arrivano a mostrare dei “retroscena” della preparazione del proprio costume o annunciano a quali eventi potranno essere incontrati di lì a breve.

Entrando più nello specifico, si può anche affrontare il tema della queer simulation, un termine dal duplice significato: da una parte va a evidenziare come spesso le sembianze fisiche dei cosplayer siano ambigue e mettano in discussione la propria identità di genere (riprendendo quindi un aspetto sopra genericamente citato con “identità liquida”), dall’altra si nota anche una non diretta e necessaria traduzione e traslazione del proprio genere nella “vita reale” in una rappresentazione di un personaggio dello stesso genere. Succede così che la performance di un cosplayer diventa momento, pretesto per mostrare potenzialmente una parte di sé che non troverebbe riscontro congruo e coerente nel mondo reale, mettendo in scena una parte di sé che solo il mondo virtuale e immaginario saprebbe accogliere, anche appunto andando a cambiare il proprio genere travestendosi.

L’arte del cosplay, così talvolta definita perché sembra ricalcare le orme del teatro e della recitazione in costume in generale, diventa così una sorta di realizzazione del desiderio d’infanzia quando veniva posta la domanda “Chi vorresti essere?”, permettendo così alla stessa persona non più bambina di incarnare in età anagraficamente più adulta e matura il personaggio in cui si è sempre identificata. Proprio la possibilità di vestire davvero i panni di un personaggio amato e ammirato da tempo consente di interpretarlo come meglio si crede, permettendo ai cosplayer di anelare a una rappresentazione il più possibile puntuale e fedele alla versione originale, oppure controbattere con una rivisitazione soggettiva e personale dell’eroe in questione.

La cura nel dettaglio di un cosplay è davvero notevole

Potremmo chiudere questo breve excursus sui cosplay con uno spunto di riflessione sul significato vero e proprio dell’identità dell’artista, o meglio sul significato di questa pratica per chi decide di esserne attore. Considerando le diverse motivazioni che possono spingere un cosplayer a diventare tale e che abbiamo provato a elencare poco sopra, così come dobbiamo tenere in considerazione l’effettivo sforzo creativo e lavorativo per creare costumi e accessori ad hoc per ogni personaggio, questa pratica non è così elementare o “superficiale” come potrebbe sembrare. Non basta acquistare dei costumi e indossarli: bisogna sentirsi “come” quel personaggio, o persino sentirsi in toto quel personaggio.

Potrebbe anche identificarsi come una sorta di fuga dalla realtà, desiderio di nascondere quello che si è per attribuirsi maggiore valorizzazione personale e ottenere complimenti e attenzioni magari mancanti nella vita reale, anche grazie all’escamotage di indossare una maschera o un trucco che non permette di essere riconosciuti.

Il cosplay dunque è un processo di realizzazione del sé che consente di comprendere potenzialmente una parte del proprio essere in maniera particolare, trovare e darsi un senso anche più sentito e forte di quanto non si riesca a coglierlo e conquistarlo nella vita reale con la propria personalità. Un’occasione quindi che può permettere non solo di riappacificarsi con un lato di sé importante, ma anche di aggiungere senso e valore alla propria identità. Incredibile se pensiamo che si tratti “solo” di un costume, vero?

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