Intelligenze Artificiali e… Psicologia?

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Filone parecchio apprezzato e da cui molti giochi, media e libri attingono a piene mani è quello futuristico delle intelligenze artificiali. Come dimenticare, ad esempio, capolavori della letteratura come quelli di Asimov o videoludici come Portal, in cui le IA diventano protagonisti grazie ad un impressionante quanto arguto focus sull’argomento. E, d’altronde, siamo poi tanto lontani dalle “farneticazioni” di tali opere?

Su tale scia, alcuni filosofi iniziano a chiedersi se un’intelligenza artificiale possa sviluppare una coscienza e, come la mente umana, soffrire di psicopatologie. Per quanto la questione possa essere di particolare interesse, specialmente per chi lavora con tali problematiche, non si può che speculare a livello puramente teorico sulla questione, dato che la tecnologia non è ancora così avanzata da permettere un’autodeterminazione delle IA. La questione rimane comunque interessante.
Ciò, infatti, ci permetterebbe di scoprire molto di più sul generale funzionamento della mente e di come alcune sue funzioni possano modificarsi col tempo e con l’interazione col mondo esterno, tramite la diretta osservazione dei processi mentali compiuti dagli elaboratori.

 

 

Un approccio molto più pratico alla questione viene offerto da alcune università americane, dove sono in atto alcune ricerche che sfruttano la capacità analitica delle IA riguardo il linguaggio e come questa possa essere utilizzata a scopo clinico. Il fine di queste ricerche è, infatti, quello di analizzare il linguaggio umano mediamente un algoritmo in cerca di alcuni nodi critici che andrebbero a definire un profilo psicopatologico ben preciso. Attualmente, ciò è stato utilizzato per distinguere lo scritto di chi ha tentato il suicidio rispetto ad un gruppo di controllo. Entrambi i gruppi sono stati sottoposti ad un’intervista semistrutturata e ad una scala standardizzata di rating del comportamento. Inserendo i dati auditivi e di testo nel sistema, l’analisi dell’IA è riuscita ad essere discriminante in un sorprendente 80% dei casi. Similarmente, l’Università di Cincinnati ha utilizzato tali funzioni per tentare di riconoscere e, in una successiva ricerca, prevedere lo sviluppo di psicosi. I testi di tali individui, infatti, presentavano un minore livello di complessità sintattica e coerenza semantica.

Ciò ha, naturalmente, attirato l’attenzione di molte aziende, a cominciare da Facebook, che ha recentemente incorporato in Messenger un chatbot dalle funzionalità piuttosto interessanti: Woebot.
Dall’idea di una psicologa americana, Alison Darcy, il bot in questione (al momento operante in sola lingua inglese) ha la funzione di sostenere emotivamente chiunque voglia scrivergli.
Esso agisce seguendo dei modelli inseriti dagli sviluppatori, presupponendosi il compito di chiacchierare e di tentare di modificare alcuni schemi di pensiero negativi, in maniera vagamente similare a quanto avviene in una seduta psicologica nel caso in cui il cliente riporti dei disturbi dell’umore. Ovviamente, l’intenzione NON è quella di sostituire la figura dello psicoterapeuta in tali problematiche, ciò sarebbe impossibile data la natura soggettiva del disagio e la complessità che una seduta terapeutica può raggiungere, tuttavia alcune ricerche di follow up, eseguite tramite il Patient Health Questionnaire-9, hanno mostrato come alcuni sintomi depressivi ne uscissero attenuati dopo alcune settimane di chat col suddetto bot.

 

 

Interessante risulta essere anche la riflessione effettuata da alcuni teorici e film, tra cui Ex Machina (film di Garland datato 2014), che vanno ad indagare alcuni punti critici del possibile funzionamento delle intelligenze artificiali. Se secondo Asimov, infatti, queste devono sottostare alle Tre Leggi della Robotica (non recare danno ad un umano con le proprie azioni o la mancanza di queste; obbedire sempre agli ordini umani a meno che non infrangano la prima legge; proteggere la propria esistenza a meno che si contraddicano la prima o la seconda legge), secondo altri teorici le IA seguirebbero, invece, il principio dell’economia, per cui al fine di ottenere un dato risultato, queste utilizzerebbero la via più breve e più economica in senso energetico. Ciò suggerisce quindi l’interrogativo: e se per ottenere ciò dovessero disporre di un essere umano o se questo si mettesse in mezzo? La riflessione porta a supporre che le IA lo utilizzerebbero freddamente per raggiungere il proprio scopo o lo eliminerebbero, pur di seguire la via più economica, senza pensarci due volte e senza pensare ai sentimenti umani. Comportamento che è spesso osservabile nei soggetti psicotici, capaci di capire le emozioni e sfruttarle ma non di empatizzare con gli altri. Da ciò, il nome che viene dato a questa concettualizzazione, quello di Psicosi della Macchina.

Dato che i progressi nel campo non hanno ancora sfondato il muro dell’autodeterminazione, ad oggi è impossibile sapere come delle intelligenze artificiali potrebbero comportarsi nelle situazioni finora menzionate. Risulta tuttavia interessante come svariati interrogativi possano essere posti (es.: “se soffrissero di psicopatologie, dovrebbero essere trattate da terapeuti umani o da altre IA o da dei programmatori?”), avvolgendo il tutto in un fascino particolare che riesce a stimolare le menti dietro la programmazione robotica così come quelle dietro le opere letterarie, cinematografiche e videoludiche.

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