Mafia: narrativa videoludica o fenomeno sociale?

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Dagli anni ’50 ad oggi, i videogame si sono evoluti parecchio.
Da strumento che si presupponeva di trasportare nel digitale qualcosa di analogico, a prodotti nati per il solo utilizzo digitale. Da pochi pixel su cui proiettare le nostre ideazioni fantastiche, ad interi mondi iperrealistici e strutturati. Questo salto in avanti ha permesso, nelle ultime tre decadi, di vedere che questo medium è qualcosa di più complesso che un semplice mezzo ludico, dando la possibilità agli sviluppatori di poter raccontare storie molto più reali e profonde di quanto non osassero immaginare gli ideatori di quel primo Cathode-ray tube amusement device.

Lo sa bene Luca Federici, giurista, brand ambassador per Sony PlayStation ed autore del capitolo “La Mafia nel nuovo medium: il videogame” per il libro “Mafia e mafie: Cosa nostra e la dote vincente” che inizia proprio con una riflessione circa le nuove possibilità narrative offerte da questo strumento. In particolare, egli indirizza il suo focus verso un argomento che viene solitamente osteggiato in quanto associato ad una parte della nostra società che, per quanto esistente, preferisce stare in disparte ed osservarci con fare incurante ma tenendo traccia di ogni nostra azione: l’organizzazione mafiosa, oggetto del videogame Mafia.

RACCONTARE LA MAFIA

Soggetto di varie fiction e libri, nei passati vent’anni siamo stati abituati ad assistere alla romanzatura di un fenomeno sociale che finora aveva cercato di agire nell’ombra. Come l’autore accennerà nel suo scritto, diverse sono le voci che si sono erse negli anni contro la narrazione della “cultura mafiosa” ma, e su questo siamo d’accordo, la soluzione ad un male non può mai arrivare dal semplice tacere al riguardo.
Fondamentale, infatti, nella lotta a questo tipo di infiltrazioni è proprio il parlarne con un adeguato contesto ed in modo chiaro, mostrando gli effetti negativi sul territorio e sulla popolazione, che spesso si ritrova nolente a dover evitare tout court interi quartieri per l’intimidazione che viene trasmessa tramite una subcultura condivisa. Punto, peraltro, fondamentale proprio per la definizione di quella che è l’associazione mafiosa secondo l’art. 416bis del nostro Codice Penale. La portata di questo fenomeno necessita, infatti, di una descrizione piuttosto dettagliata che lo differenzi dalle “semplici” imprese criminali. Sebbene entrambe siano organizzazioni che prevedono l’utilizzo di vie poco o per nulla legali per trarre un profitto economico, quelle ultime poco si discostano dal modello aziendale classico, utilizzando un metodo imprenditoriale che “ripulisce” il denaro ottenuto dalla piccola delinquenza e dagli scambi illeciti, tramite il ricorso alla compravendita con gli onesti commercianti.
Nell’organizzazione di stampo mafioso vediamo, invece, come sia prevalente un’impronta molto diversa, presupponendo una certa condivisione subculturale e valoriale tra i suoi membri che vede l’uso della violenza, dell’intimidazione, dell’assoggettamento e dell’omertà come metodologie cardine per i propri affari. Particolare, al riguardo, è la figura della donna in tale trasmissione. Per quanto, infatti, di solito non possano essere affiliate in modo attivo al gruppo (Madeo, 1997), il loro ruolo si esplica nella trasmissione generazionale di quei valori fondanti la cultura mafiosa, come l’estrema importanza dell’onore, dell’orgoglio e dell’appartenenza all’ingroup, da difendere e vendicare a qualsiasi costo, pur di lavare eventuali onte.

MAFIA E VIDEOGAME

Federici, come Ferrarotti (1984), accenna brevemente alle radici storiche di tale tradizione, nata in una Sicilia latifondista e conservatrice e sviluppatasi, molto più in là, negli anni ’30 del 1900 in America, grazie al fenomeno migratorio di quell’epoca. Proprio su questo punto si dipana la dissertazione dell’autore, che chiama in causa la serie videoludica Mafia, sviluppata nel 2002 dalla software house 2K Games, allora chiamata Illusion Software. Il gioco, di cui potrete leggere più approfonditamente nel capitolo scritto dal giurista, si ambienta in fittizie località americane tra gli anni ’30 e ’50, dove verranno descritte le vicende e le modalità con cui agisce la mafia d’oltreoceano, simili eppure, come noterà lo stesso autore, diverse. Per quanto, infatti, il fenomeno sia di derivazione nostrana, la componente che viene a mancare è proprio quella trasmissione culturale derivante dalla figura materna e dalla società in cui l’infiltrazione mafiosa impera, lì sostituita invece dal fenomeno simile eppure totalmente diverso descritto da Wolfgang e Weiner (1987) come Sottocultura Violenta. La teoria descriveva la creazione, tra i giovani, di una subcultura condivisa che tollerava ampiamente i comportamenti violenti ed escludeva l’intervento dello Stato nella risoluzione di conflitti personali, sostituito da un sistema normativo interno all’ingroup che premiava il ricorso all’aggressività e ne imponeva l’uso nei casi di offesa all’onore, secondo determinati riti o modalità.

Interessante, al riguardo, è l’osservazione dell’autore circa la disparità di atteggiamenti di questi due fenomeni sociali nei confronti dello Stato di cui fanno parte. Se, infatti, nei videogame sembra quasi che quel tipo di organizzazione sfoci nella totale mancanza di rispetto verso le norme collettive arrivando addirittura a sfidare, in alcuni passaggi, le figure d’autorità o persino eliminandole (i cosiddetti Omicidi Eccellenti), nella realtà del nostro paese vediamo come Cosa Nostra e simili operino in modo molto più sottile. Anziché sfidare apertamente lo Stato, essa si è, nel tempo, infiltrata capillarmente nel tessuto sociale e politico, tramite un gioco di conoscenze, favori, intimidazioni e tangenti. Lo scopo principale, naturalmente, è quello di massimizzare i profitti tramite le giuste pressioni, così da poter anche mettere i cittadini comuni nella posizione di debito, ma oltre ciò vi è anche l’importante necessità di non porsi come concorrenti dello Stato ma, citando Ferracuti e Bruno (1988), “tendere a costituire uno Stato nello Stato”, restando al di fuori dell’occhio vigile delle forze dell’ordine, che spesso ne diventano inconsapevoli subalterni. Una modalità che non si pone come alternativa all’ordine legislativo, ma che, quindi, ne sfrutta i cavilli per poter atterrire i commercianti o aprire “vie secondarie” tramite cui ottenere permessi ed appalti in modo poco chiari ma più veloci, rispetto alla burocrazia classica.

Punto cruciale di questa organizzazione è, in ogni caso, la segretezza. Non a caso, come farà notare l’autore citando un famoso processo neanche troppo lontano nel tempo, l’opinione comune pensava che la Mafia fosse una semplice invenzione letteraria, atta a fare da spauracchio per le masse e da ottimo stratagemma per gli scrittori con fervida immaginazione. Sfortunatamente, così non è. Lo sa bene chi ha vissuto vicino alcuni quartieri di città ben conosciute, in cui la paura è l’evitare determinate zone sono conoscenza comune, onde evitare guai. Guai che, tuttavia, vengono visti “cercati”, nel caso si sia avuta la pessima idea di avventurarsi “nel loro territorio” e di cui non si deve, né vuole, sapere nulla. Caratteristica del fenomeno è la cosiddetta omertà. Si può anche sapere, ma non si deve parlare, per nessuna ragione, pena la vendetta da parte di quell’ingroup, che potrà essere ben più di qualche dito spezzato o macchine sfasciate. Tristemente famoso, come ci ricorderà Federici, è il rituale della Lupara Bianca, tramite cui una persona che dà fastidio alla Famigghia viene fatta sparire di punto in bianco, senza che ne venga fatta più menzione da alcuno. Scalpore, a questo riguardo, hanno fatto le notizie di ossa ritrovate murate all’interno di edifici, nella speranza che nessuno andasse a guardarci, o di resti con le cosiddette scarpe di cemento in fondo a mari o laghi.

QUAL E’ L’APPEAL DI TANTA VIOLENZA?

Per quanto si sia detto della cultura infinitamente tollerante verso il ricorso alla violenza e all’aggressività, ci si è chiesti cosa spingesse anche chi non nasce in tali ambienti ad affiliarsi a queste modalità. La risposta più ovvia è, naturalmente, quella economica. In questi ambiti, non si andrà a parlare di irrisorie cifre di denaro, ma di quantitativi estremamente alti, derivanti ormai da traffici illegali di droghe, sostanze illegali e tratte umane. Interessante, al riguardo, risulta essere l’excursus storico effettuato da Federici, in cui descrive sapientemente il parallelismo tra il dilemma affrontato dai protagonisti del primo gioco del brand e quello affrontato nella realtà quando la Mafia ha deciso di entrare nel commercio internazionale di tali “beni”.

Una visione piuttosto fosca, quella fatta finora, di un fenomeno che, purtroppo, rimane capillare nel nostro Stato, anche in quelle regioni dove pensiamo non esista. “Ma”, ci si chiederà, “come possiamo sperare di combattere un fenomeno così radicato e così spaventoso?”. La risposta sta nell’informazione. Capire i meccanismi con cui agisce, capire ciò che spinge i suoi membri a muoversi è alla base della prevenzione e della lotta a questa forma di illegalità. Informazione che, però, deve essere fatta nelle modalità corrette e con una cornice ben specifica, onde evitare il rischio di romanzarne i soli lati empatici e creare simpatie che non hanno giustificazione alcuna. Molti uomini sono morti affinchè si sia venuti a conoscenza di una realtà al di sotto di quella che rifulge al sole. Non bisogna dimenticare il coraggio mostrato da Falcone e Borsellino, così come quello di innumerevoli altri ignoti che si sono ersi affinchè altri riuscissero a fondare associazioni come Libera, la FAI (Federazione delle associazioni Antiracket Italiane), la Fondazione Caponnetto o il Progetto Legalità.

Citando testualmente:

«La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.»

(Giovanni Falcone, Rai 3, 30 agosto 1991)

 

Bibliografia:

Madeo, L. (1997). Donne di mafia. Vittime, complici, protagoniste. Milano: Baldini & Castoldi.

Ponti, G., & Betsos, I. M. (2008). Compendio di Criminologia. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Sitografia:

http://www.internationalsecurityinterest.com/index.php/approfondimenti/128-criminalita-organizzata-e-investigazione/348-il-ruolo-della-donna-nella-famiglia-mafiosa (08.12.2020, 16.48)

https://www.focus.it/cultura/storia/giovanni-falcone-paolo-borsellino-il-coraggio-di-essere-eroi (11.12.2020, 11.00)

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