L’identità digitale: trovare l’equilibrio tra reale e virtuale

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Hai mai sentito la necessità di curare la tua identità digitale sui social?

In generale, l’identità si riferisce al senso di sé di un soggetto e alla sua consapevolezza di essere un individuo unico e distinto dagli altri.

In psicologia, l’identità è un costrutto dinamico che si sviluppa nel tempo attraverso le interazioni che il soggetto ha con l’ambiente circostante.

Quindi, l’identità è influenzata da fattori individuali (la personalità, i valori, esperienze) e sociali (la cultura, la famiglia, il gruppo dei pari).

Con l’avvento del digitale e luoghi dove possiamo esprimere la nostra identità, come i social network, la concezione di identità è cambiata.

Infatti, Il mondo digitale ha permesso agli utenti di mettere in atto due processi, ovvero la ridefinizione della propria identità e la ricreazione del sé (Matviyenko, 2010).

Tra il sé reale e il sé virtuale

In questo modo l’identità individuale viene scissa: da un lato troviamo un sé reale, dall’altra parte un sé virtuale (Jerry e Tavares-James, 2012).

Per creare una nostra identità virtuale dobbiamo mettere insieme delle componenti tipiche dell’ambiente online ed aspetti che richiamano le nostre caratteristiche soggettive.
Infatti, alcuni autori come Peter Nagy e Bernadett Koles nel 2014, hanno provato a costruire un modello che si basa sull’identità virtuale.

Questo modello è stato descritto come un costrutto multidimensionale formato da un livello individuale, un livello micro e un livello macro.

Ogni livello rappresenta un elemento strutturale differente che porta alla costruzione dell’identità virtuale.

L’identità individuale che viene rappresentata sul web accetta di essere de-individualizzata, ovvero dev’essere esposta alla pubblicazione della nostra immagine, in cui un’enorme comunità pubblica può accettare, smentire e rafforzare le informazioni o le immagini che proponiamo.
Però si è notato che non sempre il sé individuale corrisponde al sé digitale.

È un’identità, dunque, pubblica e privata insieme che mette in relazione reale ed immaginario.

Selfie, filtri e..

Negli ultimi anni, con l’affermarsi di social basati sulle immagini rispetto che al testo scritto, si è notato un utilizzo incontrollato di filtri o di app con alla base l’intelligenza artificiale, utili per modificare, migliorare o nascondere parti del corpo visti come difetti.

Infatti, si è notato un aumento di soggetti, soprattutto di sesso femminile, che vorrebbero assomigliare sempre di più alle loro immagini modificate.

Oppure riuscire a raggiungere gli standard di bellezza delle proprie coetanee, ricorrendo spesso alla chirurgia estetica.

.. dismorfismo corporeo digitale


Tutto questo può sfociare nel dimorfismo corporeo digitale, ovvero una nuova forma di disagio nei confronti della propria immagine, innescata dall’ossessiva esposizione ai filtri di bellezza e ai ritocchi estetici presenti sulle piattaforme social.

Si tratta di una condizione psicologica che porta a una vera e propria ossessione per il proprio aspetto fisico.

Però con una particolare attenzione ai difetti percepiti, amplificati e distorti dalla percezione di sé stessi tramite le modifiche digitali.

Il primo passo è la consapevolezza

È fondamentale sviluppare una consapevolezza critica sull’uso dei filtri e dei ritocchi digitali e promuovere un’immagine di sé positiva basata sull’autostima e sulla valorizzazione delle proprie caratteristiche uniche.

Inoltre, è consigliabile limitare l’esposizione ai contenuti che promuovono standard di bellezza irrealistici per concentrarsi sulla costruzione di relazioni sociali significative o sul perseguimento di interessi personali.

Come si può creare un buon equilibrio da identità reale e identità digitale?

Il team di Horizon, avendo intercettato questo problema, sta lavorando per la creazione di un test psicodiagnostico.

Questo per comprendere meglio le sfide che i pazienti affrontano nell’era digitale, in particolare, per quanto riguarda l’identità digitale, l’immagine corporea e i possibili disturbi dell’alimentazione che possono insorgere.

Il test offre ai clinici una visione integrata di questi aspetti, consentendo di individuare precocemente situazioni di rischio e di intervenire in modo tempestivo per prevenire l’insorgenza o l’aggravarsi di problematiche psicologiche.

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