PANICO MEDIATICO: Bufale, Videogiochi e Internet

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La “Internet culture” può risultare di difficile comprensione per chi non ne fa parte, tra memi, dark humour, shitposting e creepypasta. Queste modalità di linguaggio non sono presenti all’interno dei media tradizionali (televisione, giornali). Inoltre, spesso le notizie rimbalzano e si rimescolano tra questi due mondi, distorcendo i contenuti di partenza. Diffondere fake news, anche se inavvertitamente, nondimeno “influenza il modo in cui le persone percepiscono la realtà stessa” (Felix Kjellberg). Questo succede soprattutto quando i contenuti passano da una fetta ristretta di Internauti esperti al grande pubblico, che invece è altamente suggestionabile.
Occorre  quindi analizzare alcuni esempi di come i media abbiano diffuso notizie basate su malintesi, causando danni collaterali tangibili.

Sfide Online e Creepypasta

Le creepypasta, forma moderna dei racconti dell’orrore intorno al fuoco, consistono in storie inventate e diffuse su Internet. Queste vengono poi modificate di volta in volta a piacimento dagli utenti, come nel gioco del telefono-senza-fili.
Mentre gli Internauti sono in genere in grado di riconoscerle come tali, alcune risultano plausibili agli occhi di chi non ne conosce l’esistenza. Caso emblematico è la leggenda della maledizione della musica di Lavandonia in Pokèmon Rosso (ne abbiamo parlato qui).
Alcune fonti di informazione sono cadute nell’inganno durante il corso degli ultimi anni, e hanno preso per vere alcune creepypasta, diffondendo il panico:

  1. Momo Challenge
    La nascita di Momo è da attribuire all’utente Instagram nanaakooo, la quale, nel 2016, pubblicò una fotografia ritraente una inquietante scultura creata dall’azienda di effetti speciali giapponese Link Factory. La scultura venne notata dalla comunità online spagnola, la quale creò una creepypasta secondo cui Momo, il nome attribuito alla statua, sia raggiungibile ad un numero Whatsapp. Se contattata, risponderebbe con fotografie o messaggi inquietanti.
    La leggenda urbana è sbarcata sul sito Reddit, e quindi si è resa nota al grande pubblico di Internet, solo nell’estate 2018. Poco dopo, il Buenos Aires Times e Fox News hanno ricondotto il suicidio di una bambina a Buenos Aires proprio a questa “sfida”. Tuttora gli esperti si ritengono sicuri che l’intera faccenda sia una bufala, resa sensazione e alimentata da fatti di cronaca riportati dai giornali ma assolutamente mai verificati.
    La vicenda si è recentemente e tristemente conclusa con la distruzione della statua da parte dello scultore, attanagliato dai sensi di colpa.
“Momo”, inquietante scultura creata dall’azienda di effetti speciali giapponese Link Factory.

2. Blue Whale Challenge
La Blue Whale Challenge è una fantomatica serie di sfide autolesioniste della durata di 50 giorni, indicata come causa del suicidio di giovanissimi.
Tuttavia, ogni informazione pervenuta in Occidente proviene dai media russi Novaya Gazeta e RBTH, reperite sul social VKontacte. Per tale motivo, la copertura dei giornali italiani è stata assolutamente inadeguata. Non solo hanno riportato notizie di terza mano, ma soprattutto provenienti dai social media, i quali non brillano notoriamente per obiettività.
Dunque, mentre il primo report ad opera de La Stampa, datato giugno 2016, descriveva giustamente la sfida come un brutto scherzo, il 14 maggio 2017 Le Iene trasmisero un servizio sull’argomento destinato a scatenare il panico. Il contenuto video del servizio era infatti fasullo, reperito dal sito LiveLeak, e ritraeva suicidi di adulti assolutamente non connessi con la “sfida”.
In seguito al servizio de Le Iene si è scatenato il panico nelle scuole e nelle famiglie italiane. Più di 70 casi sono stati riportati alla polizia nel solo mese di Maggio 2017, rivelatisi quasi tutti falsi o esagerati ad hoc, e nessuno dei quali si è rivelato essere connesso a Blue Whale. Debunker internazionali (e in Italia lo stesso sito Bufale Un Tanto Al Chilo) confermano, infatti, che la Blue Whale, a livello globale, non è altro che una leggenda urbana. Questa sarebbe stata pericolosamente esagerata proprio dai media, incoraggiando potenzialmente fenomeni di emulazione.

I “Videogiochi Violenti” Entrano in Politica

La disinformazione non si ferma però al rapporto tra servizi di informazione e sfide online. Un ormai molto diffuso clichè riguarda infatti il rapporto tra violenza e videogiochi. Numerose ricerche scientifiche smentiscano l’esistenza di una relazione tra videogiochi e aggressività (ne abbiamo parlato qui). Nonostante ciò, questo binomio ricompare periodicamente nei giornali e telegiornali, in alcune occasioni rasentando il ridicolo.

  1. Don’t Whack Your Teacher
    Recentemente abbiamo assistito ad un evento che a molti appassionati di Indie Games è sembrato surreale. La Senatrice Bianca Laura Granato ha lanciato un appello di emergenza in Senato relativo ad un fantomatico gioco che incoraggia la tortura dei docenti“.
    Il gioco in questione, Don’t Whack Your Teacher, fa parte di una serie di flash games creata nel 2010 e resa celebre da alcuni YouTubers nel 2014. Tali giochi permettono al giocatore di trovare modi creativi di picchiare diversi personaggi, e sono pensati per sfogare la frustrazione in modo virtuale. Oltre all’insegnante, troviamo infatti versioni che includono il capufficio, l’ex, o addirittura il proprio computer. Inoltre, il titolo stesso dei giochi indica il reale intento. DON’T Whack Your Teacher significa, infatti, NON menare il tuo insegnante.
    L’intervento in Senato, accompagnato dallo slogan ad effetto “L’odio per gli insegnanti invade la rete“, presenta una serie di criticità.
    Innanzitutto riporta alla ribalta un fenomeno vecchio di cinque anni e che altrimenti sarebbe passato in sordina nel nostro Paese, scambiandolo per nuovo. Inoltre, dandone pubblicità al di fuori della nicchia di utenti che ne comprende il background, pone le basi per una malinterpretazione rischiosissima. Presentando il gioco come violento e trasgressivo, rischia di incoraggiare i giovani a giocarci con quell’intento, invece che con l’intento originario inteso dagli sviluppatori.
Screenshot tratto dal video di jacksepticeye, Youtuber irlandese, dedicato a Don’t Whack Your Teacher (26 giugno 2014)

 

Sapersi districare tra bufale, memi e sfide reali diventa quindi sempre più importante per non creare (e crearsi) false credenze e non generare inutile panico o, in modo ancora più rischioso, pericolosi fenomeni di emulazione, secondo una profezia che si autoavvera.

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