I videogiocatori stanno cambiando o sono solo un nostalgico?

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Recentemente ho avuto il timore di essere un videogiocatore fuori dal tempo perché non riesco a rivedermi in quei giovanissimi che condividono con me la passione dei videogiochi. Li guardo, mi sento distante e mi assale la paura di non essere più un vero appassionato di videogame. Durante la mia adolescenza i videogiochi che usavo maggiormente erano titoli single player d’azione e avventura, rigorosamente per Playstation 2, intervallati da brevi sequenze cinematiche, non tutte realizzate con la grafica in-game: quando arrivava una sequenza video realizzata in CG allora la tensione saliva e l’aria si faceva elettrica, perché si aveva la certezza che quella era una scena importante per il proseguimento della trama. Metal Gear Solid, Prince of Persia, GTA San Andreas, a volte qualche partita a Fifa o PES, ma anche Tekken… i giochi per quella console erano tanti, di diverso genere.

Considerando i videogame a cui vedo giocare più spesso gli adolescenti oggigiorno trovo uno scenario completamente diverso, dato comprensibile siccome in quindici anni è cambiato il mondo intero, più che i giovani, e con esso l’intera industria videoludica. Se mi chiedeste quali sono i titoli più giocati in questa fascia d’età senza controllare i dati statistici, affermerei Fortnite o Minecraft, così come a GTA V Online, Roblox, Apex Legends o altri sparatutto. E su quale console? Direi che oggi non ce n’è più una sola ma che se ne alternano almeno due: un dispositivo fisso e lo smartphone. E i giochi d’avventura? La mia impressione è che i titoli basati su una storia siano meno apprezzati, a parte alcuni casi eclatanti come The Last of Us vol. II o God of War IV, ad ogni modo appannaggio di gamer che si avviano verso la maturità. Mi ritrovo quindi a che fare con ragazzi e ragazze che si approcciano soprattutto ai videogame multiplayer con tantissima competizione e con un’abilità tale che trovo difficile anche solo eguagliare, data la complessità delle meccaniche di gioco.

 

Credo che a Fortnite resterò perennemente un pollo, ormai mi sono rassegnato. Noto anche che le ore di gioco trascorse su un singolo titolo sono aumentate, così come la modalità multigiocatore, che grazie ad internet non è più quell’attività che si faceva sporadicamente invitando gli amici a casa propria, ognuno con il proprio controller, ma la nuova normalità. I videogame sono gli attuali campi da calcio, i nuovi oratori e centri aggregativi, conditi da qualche rinforzo intermittente studiati da una prospettiva neuropsicologica.

Gli e-sport una volta erano eventi relegati in piccole fiere, oggi muovono somme da capogiro. Guardare gli e-sport è un’attività apprezzata anche perché osservando attentamente si impara a giocare in modo più efficace.

Siamo da un pezzo nel nuovo decennio e i cambiamenti nel mercato dei videogame sembrano avere preso una piega chiara, tanto che molti esperti si trovano concordi nel fare previsioni simili per il futuro del medium. Sembrerebbe prospettarsi un avvenire con molte meno copie fisiche vendute a vantaggio di quelle digitali, con tutto ciò che il differente formato dei videogame porta con sé. Un tempo scegliere un videogioco richiedeva attenzione, perché per farlo bisognava aspettare Natale oppure recarsi in un negozio specializzato. Bisognava scegliere il gioco con cura, magari leggendo delle recensioni prima. Una volta arrivati si afferrava dallo scaffale il videogame tanto voluto, a volte anche dopo mesi dalla prima uscita, arco di tempo appositamente calcolato in attesa della più economica edizione Platinum. Nel frattempo si osservavano attentamente le copertine degli “altri” giochi, e dopo ed essersi lasciati ingolosire per bene si tornava a casa, pronti ad aprire quella custodia per la prima volta come se fosse uno scrigno.

Oggi mi ritrovo a comprare i videogame in modo del tutto diverso. Mi basta aprire uno store online e vedere quali sono le offerte del mese che più mi attraggono, e se proprio lo ritengo molto economico compro un gioco di cui non ho necessariamente letto una recensione. Tante volte mi basta scaricare i giochi gratuiti garantiti dal mio abbonamento annuale, salvati automaticamente in un cloud, anche se non ne sentivo per nulla il desiderio – ma tant’è, è gratis. E anche in questa “avanguardia” dei tempi più recenti sono stato superato dai giovani, perché i giochi che vanno più in voga oggi sono free to play e non richiedono un costo fisso. Così mi ritrovo a proporre: “Secondo me Assassyn’s Creed è una saga carina, ti consiglierei di provarla”, e loro: “Stai scherzando?! Dovrei pagarlo!”. È questa una conseguenza dell’avanzata delle copie digitali, argomento su cui Roberto Parnasso ha scritto un ottimo articolo che potete leggere qui: https://www.horizonpsytech.com/2018/04/09/videogames-copia-fisica-o-digitale/ .

Da quanto tutti hanno un computer in tasca il modo di giocare ai videogame è cambiato. Si gioca di più, giocano tutti.

Il presente dei videogiochi è caratterizzato da IA e grafiche altamente performanti, destinate anch’esse a migliorare arrivando al 2030, probabilmente finché non ci interfacceremo con avatar virtuali che saranno in grado di interagire con noi e darci l’impressione che riescano a pensarci. Ma questo è un altro discorso che riguarda il futuro prossimo. Tornando al presente e alle sue crepe in cui si insinua nostalgicamente il mio passato da singleplayer, talvolta guardo i “nuovi” videogiocatori e videogiocatrici, e mi accorgo che non hanno nulla di diverso da quelli “vecchi” come me: la passione è la stessa, ma sta trovando nuove vie e modalità per esprimersi. Pur quanto l’industria dei videogiochi si stia “cloudificando”, le esperienze che un videogiocatore ricerca sono sostanzialmente le stesse, ovvero emozionarsi e divertirsi. Anche se non ha la copia fisica con sé. Anche senza un gioco dalla narrazione preminente.

A volte penso che alcuni videogame potrebbero essere paragonati a valide esperienze cinematografiche o letterarie. Ripenso a narrazioni monumentali come quelle di Hideo Kojima, di David Cage o Niel Drukman, e mi assale il timore che non siano più apprezzate dalle nuove generazioni. Realizzo poco dopo che mi sbaglio: il fatto che veda gamer assorti in videogiochi competitivi non significa che la diffusione di videogame narrativamente intensi sia diminuita. Ecco che penso che, forse, i videogiocatori e le videogiocatrici non sono stati del tutto fagocitati da un consumismo conformistico, e che forse il sentirmi un appassionato fuori luogo sia frutto di un mio difetto di pensiero. Probabilmente, da quando i videogiochi sono diventati uno svago accessibile a tutti sono emersi coloro che li apprezzano per la possibilità di condividerli con gli amici in modo competitivo, analogamente allo sport. Ciò non toglie nulla a quei gamer che apprezzano, invece, il singleplayer; magari sono persone che alternano partite online in multiplayer a giorni di intense scelte in Detroit: Become Human, e non sono assolutamente distinti in due gruppi diversi, o tra loro impermeabili.

Red Dead Redemption II è uno dei giochi singleplayer più fortunati e meglio riusciti degli ultimi anni. Chi lo ha detto che il singlpleyer è morto?

Mi rendo conto, così, che i fan del singleplayer sono ancora là fuori, bramosi di nuove avventure, magari cimentati in un souls like difficilissimo. Quindi realizzo che con l’aumento della diffusione dei videogiochi sono semplicemente aumentate le diversità e le passioni, e questo è sicuramente una ricchezza: il mondo non dovrebbe essere popolato da una sola categoria di giocatori e fortunatamente non lo è. Nel mio passato sono sempre stato un giocatore del presente.

Fonti

https://it.ign.com/playstation-5-2/170871/feature/come-saranno-i-videogiochi-nel-2030-le-risposte-degli-sviluppatori

https://www.tomshw.it/videogioco/all-digital-mercato-videogiochi/

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