Oltre l’apocalisse: videogiochi alla fine del mondo

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Vienna, Ottobre 2024. La diciottesima edizione dell’annuale conferenza sulla ricerca nei videogiochi Future and Reality of Gaming (FROG) apre le porte con il tema Game the Apocalypse. Questo titolo fa riferimento all’opportunità di rivedere le rappresentazioni di un futuro distopico possibile o probabile anche nell’ottica videoludica. Il collegamento tra apocalisse e videogiochi inteso soprattutto come opportunità di riflessione e di educazione per la nostra società attuale.

Il convegno si svolge all’interno dello storico municipio della città, che fa contrasto con l’orda di gamer e cosplayer dai costumi più disparati. Un gruppo di ricercatori discute esperimenti, revisioni e proposte di studi tutti legati al tema dell’apocalisse, intesa come rivelazione che porta ad un ribaltamento catastrofico. Perchè sembra essere sempre più ricorrente soprattutto nei momenti di crisi della nostra società? E soprattutto, cosa possiamo fare per sfruttare questo interesse per promuovere un cambiamento positivo?

Ad un certo punto, il tempo si ferma e l’aria si fa di colpo più elettrica. Si percepisce che il prossimo ospite ha qualcosa di diverso da tutti gli altri. Un individuo dall’aria solare e sicura si avvicina al palco, gremito da un seguito interminabile di fan che non attendono che il suo discorso. Il suo nome è Josh Sawyer, e tra le altre cose è stato il direttore del progetto che ha dato alla luce Fallout: New Vegas. 

Cosa rimane dopo l’apocalisse?

Ai fini di questa trattazione, basti sapere che questo gioco rappresenta uno dei maggiori capisaldi del genere post-apocalittico. Diversamente da altri titoli, si occupa però di spostare l’attenzione a tutto quello che viene molto dopo un conflitto nucleare. Si parla soprattutto di una società che nel tempo viene riformata in seguito a questo avvenimento. Se tipicamente alla fine del mondo l’umanità venga rappresentata gravemente afflitta da questa tremenda trasformazione, qui vediamo la rinascità della civiltà dopo l’apocalisse. Questo ci permette di ragionare come potrebbe essere diverso il nostro mondo in un contesto del genere, sia a livello strutturale che culturalmente parlando.

Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, l’immagine più comune è quella di una società è al completo collasso. Le risorse scarseggiano, ognuno ragiona per il proprio tornaconto e tutte le conoscenze accumulate attraverso il progresso vengono spazzate via. Questo rifletterebbe la concezione che non solo la nostra società ha fallito, ma che fondamentalmente non esisterebbe un’alternativa. Paradossalmente, quella che dovrebbe essere una critica al nostro stile di vita, non fa che rinforzarlo. Possiamo quindi rivedere questo tipo di narrazione in maniera propositiva?

Perché sentiamo il bisogno di vedere il mondo in fiamme?

Josh Sawyer apre il suo discorso introducendo il concetto di giustizialismo post apocalittico. La fine del mondo riguarda prevalentemente le conseguenze negative della tracotanza degli uomini nella loro smania verso il progresso. Per lo stesso motivo, l’uomo è complice e allo stesso tempo vittima di sè stesso, e merita solo di soffrire per le sue colpe. Quello che dovrebbe rappresentare un monito non espone però anche una soluzione al fatalismo degli eventi, togliendo la funzione educativa dell’apocalisse. Manca un collegamento tra avvertimento e motivazione verso il cambiamento (Moor). Sembra anzi, dice Sawyer, che l’umanità non abbia mai abbastanza tecnologia, nonostante sia proprio la sua smania incontrollata di progresso ad averla condannata.

Condannare senza via di fuga il pubblico non fa che portarlo al rifiuto del messaggio. Romanticizzare l’inevitabilità del destino e la potenza distruttiva della catastrofe non aiuta nessuno. Trattare l’apocalisse come un mero pretesto narrativo minimizza la sua capacità di riformulare il nostro sistema di pensiero. Se veramente vogliamo capire come salvare noi stessi e tutto quello che ci circonda, dobbiamo prima essere disposti a rovesciare molte delle nostre convinzioni sul nostro stile di vita.

Tabula rasa: dimenticare tutto per poi ricostruire

Allo stesso tempo, sembra che i soggetti descritti negli scenari post apocalittici abbiano dimenticato anche le conoscenze che invece avrebbero dovuto ricordare. “Perchè non esiste una persona che pianta un seme, alleva galline o costruisce in maniera normale, mentre vediamo quasi sempre cannibali maniaci circondati da macerie rattoppate alla benemeglio? […] Anche nel caso in cui perdessimo internet, questo vorrebbe dire non avere più neanche un libro?”. Il risultato consiste in civiltà disorganizzate e addirittura pseudo tribali, in lotta per il procacciamento di risorse, a volte persino cannibali e colorate da un fervente fanatismo religioso (vedi esempi recenti come Mad Max o The Last of US). Sebbene molti di questi aspetti potrebbero essere dovuti ad una iniziale fase di assestamento, l’uomo ha dimostrato durante tutto l’arco della sua evoluzione di possedere soprattutto la capacità di creare unione, di collaborare e di progredire.

Risulta quindi credibile che ad un certo punto verrebbe ricostituita una certa forma di civiltà, probabilmente diversa da come ce la immaginiamo noi, ma è interessante pensare a come questa potrebbe invece creare un ponte tra il nostro tempo e il futuro, di modo da aggirare o prevenire quanto più possibile la situazione di stallo descritta in precedenza. Nonostante sembri più difficile, una volta compresa questa prospettiva apre le porte ad un mare sterminato di potenzialità creative.

Perché dovremmo mangiarci a vicenda quando nessuno viene mai visto piantare un albero o allevare un animale? Perché dovremmo racimolare delle componenti di scarto quando possiamo lavorare i materiali anche in maniera primitiva per costruire oggetti migliori? E soprattutto, perché dovremmo perdere tutte le nostre conoscenze quando ancora oggi, anche nel caso non dovesse più esserci internet, saremmo comunque in grado di consultare tutti i materiali scritti rimasti? Siamo veramente sicuri che oltre alla nostra civiltà attuale non esista nessuna alternativa salvo il suo esatto opposto?

L’apocalisse come specchio distopico della nostra civiltà 

La causa di questi scenari riflette soprattutto le preoccupazioni del tempo in cui viene creato. Negli anni della guerra fredda, l’apocalisse riguardava quasi esclusivamente i conflitti nucleari, che subito dopo sono diventati prima dalle catastrofi ambientali, legate alla crisi del buco dell’ozono, e poi ancora delle epidemie globali, che sono state riscoperte durante il periodo della pandemia. La domanda che sorge spontanea è la seguente: se questo collegamento tra preoccupazione e immaginazione è vero, allora  perché tutti questi scenari i pochi esempi di civilizzazione e di gerarchia di potere sono spesso caratterizzati dalla manipolazione dei suoi individui?

La nostra società è evidentemente molto preoccupata dell’influenza esercitata da agenti superiori o “poteri forti”, i quali tramite strumenti di comunicazione di massa o new media, promuoverebbero messaggi volti a incanalare le esigenze del singolo all’interno di sistemi di pensiero a loro convenienti. Paradossalmente, la sfiducia nei confronti dei mezzi di informazione porta al rafforzamento delle cosiddette echo chambers (Ross Arguedas, et. al, 2022). Esse costituiscono una sorta di bolla mediatica nel quale l’individuo rifiuta il contraddittorio, soprattutto se proviene dall’esterno in favore di quello che sa o delle fonti di cui già si fida.

Sebbene questo tipo di meccanismo risulti sempre più invalicabile, potrebbero esistere delle maniere attraverso cui sfruttare gli stessi per promuovere consapevolezza e speranza. Ma soprattutto, non dobbiamo dimenticare che questo tipo di narrazione fatalista ha un impatto notevole sulle generazioni più giovani (Finnegan, 2022) che potrebbero invece beneficiare di un approccio più aperto alla speranza, all’accettazione e alla curiosità verso il cambiamento (Cassegård, 2023). 

Ritrovare la speranza nel rapporto con sé stessi

In maniera del tutto inaspettata, l’intervento di Josh Sawyer ha sfruttato l’argomento apocalisse e videogioco anche per trattare di un tema molto inaspettato, ovvero la rappresentazione della religione e della spiritualità nel futuro. Dipingendo questi prevalentemente come fanatismo, verrebbe meno una componente importante di introspezione e moralità. Questo discorso sembra essere particolarmente importante anche nella società odierna, in cui la motivazione principale è quella di accumulare ricchezza e soprattutto approvazione da parte degli altri, senza necessariamente interessarci della loro opinione o della loro storia. Occorre investire maggiormente nel rapporto con noi stessi.

Tutto questo però non va inteso come un invito all’individualismo né tantomeno un tentativo di propaganda religiosa ma piuttosto come la proposta di cambiare prospettiva. Le persone hanno bisogno ora più che mai di conoscere il proprio io affinché possa essere promotore del cambiamento anche per gli altri. Senza capire cosa non va in noi, è difficile capire cosa possiamo fare per funzionare meglio insieme. Allontanarci dalla narrazione che tutto quello che vogliamo è a sempre nostra portata e non comporta nessuna conseguenza può aiutarci a rivedere il nostro sistema di priorità. Non serve a nulla promuovere la cieca speranza che le cose andranno meglio, anzi potrebbe essere paragonabile ad un fatalismo assoluto, ma possiamo iniziare a pensare che forse la chiave per la nostra salvezza è quella di accettare che forse il nostro progetto ha sbagliato. Possiamo ancora imparare tanto dai nostri errori e forse anche correggere il tiro. 

Raccomandazioni e approfondimenti per un viaggio oltre l’apocalisse

Nonostante siano una minoranza, esistono videogiochi che affrontano il tema dell’apocalisse in linea con quanto detto finora. Oltre a grossi franchise come quello partito da Horizon: Zero Dawn, sono presenti anche produzioni minori come FrostPunk o Chants of Senaar, i quali trattano bene il tema di mondi in cui la società riparte nonostante le avversità. Ci sono anche giochi che invece descrivono mondi futuri in cui l’umanità è riuscita a integrare il progresso tecnologico al rispetto dell’ambiente, una corrente descritta come Solar Punk. Le alternative all’apocalisse esistono, basta solo investire maggiormente in questo tipo di narrazione, e soprattutto orientarle di modo che siano propositive ed educative, oltre che coinvolgenti. Possiamo cambiare le cose, promuovere un cambiamento, creare sensibilità. Sarebbe meglio iniziare a farlo finché possiamo fare ancora un’altra partita. 

“Questa città è così orribile che il suo solo esistere e perdurare, sia pure al centro di un deserto segreto, contamina il passato e il futuro e in qualche modo coinvolge gli astri. Finché durerà, nessuno al mondo potrà essere prode o felice”

 -Jorges Luis Borges

Bibliografia  

Cassegård, C. (2023). Activism without hope? Four varieties of postapocalyptic environmentalism. Environmental Politics, 33(3), 444–464. https://doi.org/10.1080/09644016.2023.2226022

Finnegan, W. (2022). ‘It’s beautiful, living without fear that the world will end soon’ – digital storytelling, climate futures, and young people in the UK and Ireland. Children’s Geographies, 21(5), 898–913. https://doi.org/10.1080/14733285.2022.2153329

de Moor, J. (2021). Postapocalyptic narratives in climate activism: their place and impact in five European cities. Environmental Politics, 31(6), 927–948. https://doi.org/10.1080/09644016.2021.1959123

Ross Arguedas, A., Robertson, C., Fletcher, R., & Nielsen, R. (2022). Echo chambers, filter bubbles, and polarisation: a literature review. Reuters Institute for the Study of Journalism.

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